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mercoledì 25 novembre 2015

UN PO' DI SERIE TV



Ciao a tutti. 
Ultimamente non sto scrivendo come ero abituato a fare e come avrei voluto continuare a fare a causa di un po' di vicissitudini personali che hanno portato il mio umore in cantina e, di conseguenza, hanno frenato il mio entusiasmo nel rendervi partecipi della mia passione per il cinema e tutto ciò che gira intorno ad esso. Non preoccupatevi, l'amore per la settima arte è intatto e conto di tornare prestissimo a scrivere recensioni, sia in anteprima che "normali". 
Oggi mi sento però di aggiornarvi sull'altra mia grande passione: le serie TV. Dato che mi sono trovato improvvisamente a disporre di una quantità quasi illimitata di tempo libero (sfortunatamente solo di quello) mi sono buttato sul recupero di vecchie lacune "seriali" e sulla visione di nuovissime proposte grazie all'avvento di quella bomba ammazza vita sociale che risponde al nome di NETFLIX. In particolare mi riferisco a BREAKING BAD e BETTER CALL SAUL per quanto riguarda i recuperi, e a NARCOS e MARVEL'S DAREDEVIL per ciò che concerne le nuove serie targate Netflix. Andiamo per ordine e partiamo subito col botto. BREAKING BAD è un fottuto capolavoro. E non intendo solo una stagione, o due. Tutte e cinque le stagioni sono da definire CAPOLAVORI  in ambito seriale, per trama, regia, sceneggiatura, personaggi, interpretazioni, colonna sonora e chi più ne ha più ne metta. Mai (e sono serio) una serie TV mi aveva così tanto coinvolto. Mai mi sono affezionato ad una quantità così grande di personaggi. Mai avevo completato in così poco tempo (una settimana circa) una serie  TV composta da 5 stagioni e 62 episodi. Me la sono sparata tutta d'un fiato e, appena ne avrò la possibilità, acquisterò l'intero cofanetto perché è cosa buona e giusta riguardarla in lingua originale sottotitolata (in streaming si trova solo doppiata e il mio inglese è troppo arrugginito perché possa guardarla senza sottotitoli).


Breaking Bad contiene tutto ciò che una serie dovrebbe possedere. Il ritmo (che alcuni, con mia grande sorpresa, definiscono "lento") non cala mai, anzi, si denota un'accelerazione crescente dalla prima alla quinta stagione. La sceneggiatura non presenta i buchi che invece quasi qualsiasi altra serie, col passare delle stagioni, inevitabilmente mostra agli occhi degli spettatori. Il segreto è che tutte e 5 le stagioni sono state scritte (da Vince Gilligan, ovvero colui che scrisse X-Files, mica cotica) prima della realizzazione, e non durante. Questo fa sì che BB sia una serie curata nei minimi dettagli, dove ogni cosa sta al suo posto e niente viene perso per strada (forse ad eccezione della cleptomania di Marie, lasciata cadere dopo un lieve accenno, ma parliamo di bazzecole). I personaggi, protagonisti e non, sono caratterizzati in maniera perfetta, forse pure troppo perfetta. La cosa che mi ha fatto innamorare di questo capolavoro sono i dialoghi (molti me li sono andati a recuperare su Youtube in originale) e le "quotes" da incorniciare di Mr White (Bryan Cranston, UN GIGANTE) e Jesse Pinkman (Aaron Paul e i suoi  54 "Bitch" disseminati lungo le 62 puntate totali), degne di un ipotetico film di Martin Scorsese scritto dal mio amato Quentin Tarantino (i rimandi alle opere dei due maestri sono PALESI). Ogni puntata rappresenta un diamante di un preziosissimo ed inestimabile gioiello da esibire in bella mostra nella cristalliera di casa. Non conto più i momenti che mi hanno fatto gridare al "Miracolo", al "Capolavoro" tenendomi incollato allo schermo bramoso di sapere come sarebbe continuata e finita l'incredibile storia di questo professore di chimica malato di cancro che, per lasciare una degna eredità ai suoi cari, intraprende la carriera di cuoco/trafficante di Crystal Meth fino ad arrivare a spodestare, con abili magheggi e spietata ferocia, i più pericolosi "Cartelli"della droga americani e messicani. Infine, il finale, è assolutamente perfetto e letteralmente esplosivo che mi ha pienamente soddisfatto, al contrario di molti finali da "meh" che costellano il vasto universo seriale. Ovviamente il mio voto è 10 e lode con 92 minuti di applausi.


Dopo essermi letteralmente divorato Breaking Bad, non potevo non passare a gustarmi le avventure di James McGill, protagonista dello spin off di BB "Better Call Saul", in cui si narrano le origini di colui che risolverà molti problemi a quei due mattacchioni di Walter White e Jesse Pinkman, ovvero Saul Goodman. Lo stile narrativo-registico ricalca in tutto e per tutto Breaking Bad. Si rimane nel "drama", ma c'è anche una buona dose di  comicità.  Qui il palco è tutto per Bob Odenkirk che fa da mattatore con la sua caratteristica parlantina grazie alla quale riuscirebbe ad andare a vendere il ghiaccio agli eschimesi. Ritroviamo alcuni personaggi della serie Madre, come Mike (il tuttofare in BB, che in BCS è un ex poliziotto che lavora come guardiano di un parcheggio a pagamento) e Tuco Salamanca (il primo "datore di lavoro" di Walter White in BB), ma in quasi tutti gli episodi si susseguono numerosi richiami a BB, piccoli dettagli che riportano alla mente oggetti e personaggi della pluripremiata serie. Sono dieci episodi che scorrono lisci come l'olio, anche se, alla fin dei conti, non accade un gran che, ma ci vuole gran classe a rendere interessante una serie con questa caratteristica. Riusciamo però a capire per quale motivo James McGill diventa Saul Goodman e perché passa dall'essere un avvocato (laureatosi all'Università delle Samoa) che "fa la cosa giusta" ad uno pronto a difendere anche il più becero dei criminali in nome del detto "Pecunia non olet" (il che non è poco). La prima e l'ultima puntata sottolineano comunque come James McGill fosse uno che il crimine (sotto forma di furti, raggiri e truffe) ce l'aveva un po' nel DNA. La seconda stagione è in arrivo (si parla di febbraio 2016) e si preannuncia ricca e corposa. Le speranze che diventi un cult come BB non sono poi così scarse. Un 8 pieno glielo assegnerei.

   


Per quanto riguarda Narcos, è stata la prima serie che ho guardato dopo aver attivato il mese di prova gratuita di Netflix e, Signori, quando si dice "iniziare col botto"...


La storia di Pablo Emilio Escobar Gaviria, raccontata attraverso gli occhi dei poliziotti che riuscirono a intrappolarlo, è quanto di più feroce e allo stesso tempo "affascinante" possa essere raccontato da una serie TV. A metà strada tra un documentario e una fiction, l'ascesa e il regno sull'impero della droga da parte di un uomo che divenne ad un certo punto il settimo uomo più ricco del pianeta (secondo Forbes) dà vita ad una serie (13 episodi da 50 minuti circa) che scorre veloce come un treno, ricca di dialoghi epici (in spagnolo, of course) e scene raccapriccianti di omicidi e torture con incredibili spargimenti di sangue, il cui finale è ampiamente conosciuto, ma non conta. Ciò che conta è il durante. E il durante è raccontato in maniera più che perfetta. Regia, sceneggiatura e interpreti (Wagner Moura a.k.a. Pablo su tutti) da applausi. Sappiamo che questa serie avrà un seguito, essendo stata rinnovata ufficialmente, ma non quando potremo gustarcela. Menzione particolare merita la canzone della sigla che ultimamente è diventato un vero e proprio tormentone ("Tuyo" di Rodrigo Amarante).  L'attesa sale. Voto: 9.


Infine vi parlo brevemente (anche se meriterebbe una recensione a parte, data quantità di pregi che la contraddistingue) di Marvel's Daredevil.


Questa è in assoluto la SERIE SUPEREROISTICA MIGLIORE DELLA STORIA. Essendo di casa Marvel, io, onestamente, mi aspettavo una serie il cui target fosse un pubblico formato principalmente da Teenagers, sulla scia dell'universo cinematografico di cui fanno parte i vari Thor, Ironman, Avengers ecc. E invece Daredevil è talmente BADASS da richiedere il PG15 per la crudezza di molte scene e il lessico non proprio accademico dei dialoghi. Ma a parte questo, in Daredevil (scordatevi il film con Ben Affleck) funziona tutto. Essendo un personaggio "minore" (cioè poco conosciuto) dell'Universo Marvel, era richiesta una forte caratterizzazione psicologica che aiutasse lo spettatore a capire chi avesse di fronte (grande Charlie Cox, colui che veste i doppi panni di Matt Murdock e Daredevil). Missione compiuta, come, del resto, per quanto riguarda il Villain Wilson Fisk (un MASTODONTICO Vincent D'Onofrio)  e i personaggi secondari (i vari Foggy Nelson, Karen Page e Claire Temple, quest'ultima interpretata da un'ottima Rosario Dawson). La regiadi di questa serie (affidata, tra gli altri, a Phil Abraham e Adam Kane, rispettivamente già visti ne I Soprano e in 24) è assolutamente fantastica. Talmente fantastica da permettersi un epico piano sequenza da brividi di quasi 3 minuti appena al secondo episodio, quando, c'è da scommetterci, in qualsiasi altra serie sarebbe stata accuratamente conservata per l'ultima scena dell'ultimo episodio della stagione. Io ero stato avvertito. Ma neanche lontanamente immaginavo di assistere a questi 3 minuti di pura potenza e perfezione.


Da rimanere a bocca aperta e stropicciarsi gli occhi. E poi il resto lo fa la storia. Avvincente, divertente, esplosiva e sanguinosa come mai era capitato di vedere in uno show supereroistico. Mettiamoci che Vincent D'onofrio dà vita ad uno dei migliori "cattivi" che abbiamo mai visto sia in Tv che al cinema (ai livelli del Joker di Ledger). Il finale è una BOMBA ATOMICA e stiamo ardentemente aspettando che inizi la stagione 2. Voto 10!!!



Su Netflix ora c'è Jessica Jones, altra serie su un'eroina di casa Marvel che, nonostante rappresenti comunque un prodotto di ottima qualità, non mi sento di mettere allo stesso livello di Daredevil. Un gradino sotto, forse anche due.  Ve ne parlerò poi, a serie ultimata.
Luca Cardarelli. 

martedì 3 novembre 2015

45 ANNI DI ANDREW HAIGH


Un film che al 65^ Festival di Berlino ha visto l'assegnazione dell'Orso d'Oro ai suoi due protagonisti (Charlotte Rampling e Tom Courtenay), acclamato dalla critica e presentato con una sinossi degna di un film di Alfred Hitchcock, aveva creato grandissime aspettative. Purtroppo, come leggerete, non sempre il successo ad un Concorso prestigioso come quello di Berlino corrisponde ad un successo anche davanti al pubblico medio, di cui orgogliosamente dichiaro di far parte. Kate e Geoff Mercer stanno per festeggiare i 45 anni di matrimonio. Appaiono come un uomo e una donna che si amano ancora. Un giorno arriva una lettera indirizzata a Geoff, dalla Svizzera. E' stato rinvenuto il corpo di Katya, la ragazza con cui stava prima di conoscere Kate, data per dispersa durante un'escursione in montagna durante gli anni '60. 


Kate nota che dall'arrivo di quella notizia Geoff cambia atteggiamento sia nei suoi confronti che nei confronti della vita. Ricomincia a fumare, nonostante il cuore malandato con tanto di pacemaker. Si alza durante la notte per andare, di nascosto, in soffitta a rovistare tra cianfrusaglie e fotografie. Sembra non essere più interessato ai preparativi della festa per l'anniversario imminente. E' palesemente triste e ombroso. Geoff le aveva parlato di Katya, ma aveva deliberatamente evitato di raccontarle la cosa più importante, che poi scoprirà lei stessa, con grande sconforto misto a rabbia.


Ora, il film, raccontato così a grandi linee, sembra effettivamente meritevole delle attenzioni dategli dalla critica. Ma un conto è leggerne la sinossi, un conto e guardarlo. Sono solo scene casalinghe di due anziani (con inclusa una umiliante scena di sesso, ovviamente di BREVISSIMA durata) che discutono, litigano, sembrano sul punto di mollarsi (dopo 45 anni di matrimonio), salvo poi recitare la parte degli sposini innamorati con tanto di discorso fintamente commosso e colmo d'amore pronunciato da parte un Geoff in lacrime davanti ad una glaciale Kate con il sorriso a comando, per non turbare l'umore degli invitati alla festa.


Si capiva già dalla prima scena "post lettera dalla Svizzera" che lui non avesse mai dimenticato Katya e Kate aveva sempre rappresentato "la medaglia d'argento", perché quello d'oro era andata dispersa sulle alpi Svizzere. Un film, 45 anni, di cui si aspettava la fine (telefonatissima) impazientemente sin dal decimo minuto di proiezione. Non basta l'ottima recitazione di due grandi attori a salvare una pellicola lenta, noiosa, senza uno straccio di colonna sonora (festa a parte), con inquadrature fisse su alberi dalle chiome ingiallite come i capelli dei protagonisti a far da "calendario" alla vicenda con tanto di giorno indicato in sovrimpressione. 
Un film deprimente sotto tutti i punti di vista. 
Voto: 4/10.
Nelle sale dal 5 novembre.
Luca Cardarelli.

domenica 1 novembre 2015

SPECTRE - 007 DI SAM MENDES.

Mi sarebbe piaciuto assistere personalmente a questa attesissima anteprima, ma per problemi di orario (l'hanno piazzata alle 16,30 di un giorno feriale) ho dovuto delegare l'amico e collega Luca Zanovello (direttamente da throughtheblackhole) che qui ci riporta le sue entusiastiche impressioni sul cosiddetto "Bond 24". 


Dopo gli eventi di Skyfall, nelle viscere dell’Intelligence britannica sono cambiate molte cose: l’avanzamento di un’innovativa e sperimentale tecnologia di sorveglianza planetaria, insieme all’imprevedibilità ed insubordinazione dell’agente 007 James Bond (Daniel Craig), spinge M (Ralph Fiennes) a metterlo in congedo.
Bond, reduce da una missione non autorizzata a Città Del Messico, ha però fra le mani una pista importante, che potrebbe condurre ad un’organizzazione criminale tentacolare e collegare le recenti indagini di Bond (raccontate nel ciclo “Craighiano” iniziato con Casino Royale).
Nel triangolo Londra-Roma-Tangeri, Bond segue le tracce del sadico supercriminale Franz Oberhauser (Christoph Waltz), con tutta probabilità il numero uno della temibile SPECTRE. 
Diretto da Sam Mendes (già al timone dell’ultimo capitolo della serie), 007 – Spectre raccoglie i detriti post-Skyfall ed approfondisce la genesi dell’organizzazione criminale Spectre e del futuro, infinito dualismo tra Bond e Blofeld, super villain e capo sfigurato della stessa.
Mentre affronta snodi cruciali dell’universo creato da Ian Fleming, Spectre prova a congiungere lo schema classico degli 007-movies ad azione post-moderna, e ci riesce alla grande.
Lo spionaggio cede spesso il passo all’azione, ma non è azione qualunque: Mendes si esalta in momenti memorabili, come quello del combattimento su elicottero o l’inseguimento in auto per le buie strade di Roma.


Se non è da tutti i giorni avere il lusso di un cattivone come Waltz (bravo, ma un po’ in trappola nel suo ghigno malefico), è sempre Craig a rubare la scena: nonostante nelle interviste si definisca logorato da Bond, la sua versione dell’agente “con licenza di uccidere” è sempre scintillante.
James Bond è quasi onnipotente, implacabile e spietato. I suoi occhi di ghiaccio sono quelli dell’eroe, ma anche di un uomo che uccide ed abbandona senza battere ciglio.
Meno lord e più terminator, Craig Bond salva il mondo insieme ai suoi sodali (Ben Whishaw è ancora un divertentissimo Q) in quasi due ore e mezza che non pesano mai.


Il feticismo dei “Bondies” passa anche dalla sequenza musicale in apertura, (quasi) mai così vintage. La “Writing’s On The Wall” di Sam Smith è così retrò che fa venir voglia di recuperare la cinestoria di 007.


Dulcis in fundo: Bondgirl doppia. La Bellucci è un disastro annunciato nei pochi minuti a disposizione, la Seydoux la spazza via e regala un personaggio bello ed ambiguo di cui probabilmente sentiremo ancora parlare.



Al cinema dal 5 novembre.
Voto: 8.
Luca Zanovello.