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lunedì 29 gennaio 2018

SONO TORNATO (2018) DI LUCA MINIERO - RECENSIONE IN ANTEPRIMA



“Anche allora, all’inizio, ridevano.”
La Storia ci ha insegnato che le peggiori tragedie che hanno travolto l’umanità sono quasi sempre nate dalla poca importanza data agli eventi che ne sono stati forieri. Una di queste ha visto noi Italiani assoluti protagonisti: la Dittatura, nota anche come il Ventennio Fascista, generata dalla scellerata elezione a capo del Governo di Benito Mussolini, meglio conosciuto come il DVCE. “Quando c’era LVI i treni arrivavano in orario”, “Quando c’era LVI funzionava tutto alla perfezione”, “Quando c’era LVI... ecc ecc”. Quante volte abbiamo sentito queste argomentazioni da chi, nostalgicamente, sperava (e spera ancora, si presume) in un ritorno al potere di una figura parimenti autoritaria a quella del Duce, come la soluzione di tutti i mali, magari non sapendo veramente cosa si nascondeva dietro a tutta quella propaganda patriottica e populista, ma solo perché il nonno o qualche conoscente gli aveva raccontato che “Quando c’era LVI...”.


Ebbene, “Sono tornato”, film diretto da Luca Miniero, rende reale questo ritorno di Benito Mussolini che molti, forse troppi, in Italia, si augurano avvenga. La pellicola, remake italiano del film di teutonica stirpe “Lui è tornato”, a sua volta tratto dall’omonimo romanzo scritto da Timur Vermes, dove Lui è Adolf Hitler, dipinge incredibilmente bene quella che è la reale situazione italiana a livello di social network, televisione e pensiero del cosiddetto “Uomo della Strada”. Interpreti principali di “Sono Tornato” sono Frank Matano, nel ruolo di Andrea Canaletti, un aspirante regista documentarista di un’emittente televisiva italiana, MyTV, e Massimo Popolizio, nei panni di Benito Mussolini, il quale si ritrova letteralmente catapultato dall’Oltretomba a Roma, la Roma multietnica dei giorni nostri, attraverso un portale ultraterreno che riporta in vita le anime che si trovano a girovagare nei suoi pressi, in questo caso, un mini sito archeologico posto in un giardinetto del Rione Esquilino a Roma, più precisamente in Piazza Vittorio Emanuele II


Il caso vuole che in quella stessa piazza Canaletti stia girando un documentario sull’integrazione degli immigrati in Italia, filmando dei ragazzini impegnati in una partitella di pallone. Scambiando inizialmente il vero Benito Mussolini per un sosia e notando la grande simpatia generata da questo bizzarro “attore” nella gente per strada (selfie a gogo e saluti romani come se piovessero), Canaletti pensa ad un documentario on the road in giro per l’Italia con il Duce e decide di proporre questa sua idea alla TV per la quale lavora. Si scontrerà inizialmente con la riluttanza dell’aspirante direttore Leonardi (Gioele Dix) ma troverà assoluta compiacenza nella neodirettrice di rete Katia Bellini (Stefania Rocca) che, a caccia di punti di share e di una svolta per la sua carriera, renderà assoluto protagonista Mussolini inserendolo come ospite fisso in ogni format della TV che ha appena iniziato a dirigere. Il Duce, inoltre, deciso a riprendersi l’Italia, approfitterà della cosa per aumentare il consenso nei suoi confronti e raggiungere il suo obiettivo.


Sebbene “Sono tornato” sia praticamente una fotocopia di “Lui è tornato” (scene e dialoghi pressoché identici a quelli dell’originale), il film diretto da Luca Miniero appare molto più coerente con la realtà di appartenenza rispetto a quello diretto dal tedesco David Wnendt, o almeno agli occhi degli italiani che avranno visto entrambe le pellicole, per il semplice motivo che ciò che si vedrà in “Sono tornato” è ciò che realmente vediamo, sentiamo, leggiamo tutti i giorni per strada, in tv, su internet e sui giornali. Moltissimi italiani sono talmente esausti di quel circo che è l’attuale classe politica del Paese da essere disposti persino a sottostare ad una dittatura. Come dichiarato dallo stesso Frank Matano, le interviste inserite in “Sono tornato” sono assolutamente reali, non essendo gli intervistati attori o figuranti, ma persone incontrate per strada. E le dichiarazioni rilasciate da queste persone giungono tutte alla stessa, drammatica, conclusione: un ritorno del Duce non sarebbe affatto visto in maniera negativa. Non si tratta, quindi, di un film comico, pur essendo classificato come tale. Perché “Sono tornato”, sebbene sia caratterizzato da una forte vena comica e contenga numerose gag sparse su tutta la pellicola, finisce proprio come si teme finirebbe se una figura come quella del Duce tornasse veramente. Il film riporta in vita il protagonista (o il responsabile) di uno periodi più bui della nostra storia, da studiare molto approfonditamente affinché non si ripeta, nonostante molti si augurino il contrario. I riferimenti alla TV e alla Politica italiana di oggi sono puramente voluti e non casuali e, in alcuni casi, si fanno pure nomi e cognomi (film scomodo, dunque). Sarà curioso assistere alle reazioni dei diretti interessati, soprattutto ora che siamo in piena campagna pre-elettorale.

Nonostante ciò che faceva presupporre il trailer del film, “Sono tornato” si rivela una pellicola ben girata e ben recitata (e vi è una parte, intorno alla metà del film, in cui si trattiene a stento la commozione, da quanto è coinvolgente e intensa) che supera di gran lunga il suo omologo tedesco sulla figura di Hitler, molto meno curato sia esteticamente che nella sua sostanza.
La cosa più sconvolgente di questo film è il fatto che si abbia quasi un rimorso di coscienza per ogni risata provocata dalle gag di Matano e Popolizio, perché “Anche allora, all’inizio, ridevano” o, per essere più chiari, su certe cose l’ultima cosa da fare è riderne.
L’uscita di “Sono tornato” nelle sale italiane è programmata per il giorno 1 febbraio. La speranza è che verrà visto non con occhi “nostalgici” ma come un film che induca ad una seria riflessione sulla società sia civile che “mediatica” italiana di oggi e sugli effettivi rischi di una “What if story” di tale portata.
Voto: 8.

Luca Cardarelli 

Potete leggere questa recensione, insieme a quelle di numerosi altri film, anche cliccando sul sito Cinematik.it.


martedì 23 gennaio 2018

MADE IN ITALY (2018) DI LUCIANO LIGABUE


Giunto alla sua terza prova da regista e sceneggiatore, dopo Radiofreccia (1998) e Da zero a dieci (2002), Luciano Ligabue traspone su pellicola il suo concept album, Made in Italy, che dà anche il titolo al film. Le tracce audio si fanno sceneggiatura, essendo esse stesse tutte collegate tra loro. Per i fan più accaniti, quindi, sarà molto facile intuire quantomeno l'argomento (o gli argomenti) del film, mentre per tutti i comuni mortali è bene accennare un briciolo di trama. 


Protagonisti assoluti sono Rico (Stefano Accorsi) e Sara (Kasia Smutniak), coniugi in crisi che provano a rimettere in sesto il loro rapporto, nonostante le scappatelle di entrambi, i problemi sul posto di lavoro di Rico (ditta di salumi in fase di sfoltimento selvaggio del personale) e ciò che ne consegue. I due si fanno forza a vicenda e, grazie anche ad una folta e unita schiera di amici, tenteranno di rimettere la propria vita sui giusti binari. A questi elementi cardine, si aggiungano altre malattie che affliggono la società, soprattutto italiana, di oggi, ad esempio la dipendenza patologica dal gioco d'azzardo e uno stato che non tutela i propri cittadini e il film del Rocker-operaio Luciano Ligabue è fatto. Il tutto incorniciato nella classica cittadina di provincia dalla quale lo stesso Ligabue non sembra proprio volersi staccare. 


Si ha quasi l'impressione che, se il film si fosse intitolato Radiofreccia vent'anni dopo, nessuno avrebbe urlato allo scandalo. Infatti sembra che l'unico elemento distintivo tra i due film, Made In Italy e, appunto, Radiofreccia, sia solamente l'epoca di ambientazione, perché per il resto i punti di contatto tra le due pellicole sono moltissimi, a partire dal protagonista, Stefano Accorsi, interprete sia di Freccia che di Rico, personaggi talmente simili tra loro da far pensare ad un semplice cambio di nome in fase di stesura della sceneggiatura del nuovo film. 


Intendiamoci, non si discute l'abilità di Ligabue dietro la macchina da presa: il film si lascia vedere e risulta anche abbastanza ben girato e recitato. Il punto è che l'intreccio è permeato di una fastidiosa, oltremodo retorica e poco originale critica sociale già vista e sentita in una miriade di altri film (soprattutto italiani) e, inoltre, gli sviluppi sono talmente scontati e prevedibili che chiunque riuscirà a capire dopo mezz'ora di film come andranno a finire le storie di ogni singolo personaggio. Ci si aspettava forse un po' più di coraggio, sia narrativo che stilistico, da chi fa del Made in Italy il proprio marchio di fabbrica. 
Luciano Ligabue rimandato a settembre: è il classico studente intelligente che se solo si applicasse... 
Il film uscirà nelle sale il 25 gennaio.
Voto: 6-
Luca Cardarelli




martedì 16 gennaio 2018

THE POST (2017) DI STEVEN SPIELBERG


Il 2018 inizia sotto il segno dell'immenso Steven Spielberg. Dopo la guerra fredda, protagonista dell'apprezzatissimo "Il Ponte delle spie" e l'animazione del meno fortunato "Il Grande Gigante Gentile", l'amatissimo cineasta di Cincinnati, con The Post, si butta in un tema insolito e quasi mai sfiorato nella sua quasi infinita filmografia: la Guerra in Vietnam. Evento principale, la pubblicazione ad opera prima del New York Times e in seguito del Washington Post di documenti top secret, i famosi Pentagon Papers, che scatenò un putiferio sia politico che sociale, in quanto, per la prima volta nella storia, gli americani si trovarono di fronte allo smascheramento di un atto di (tentata) censura da parte del Governo (lo stesso che poi sarebbe crollato davanti agli eventi del Watergate), che ereditò la "patata bollente" dai governi succedutisi prima di esso, essendo detti documenti in possesso del Pentagono sin dall'inizio del conflitto nel sud-est asiatico, quindi intorno la metà degli anni '50.


Protagonisti assoluti degli eventi narrati troviamo Kay Graham, la proprietaria del Washington Post, interpretata da una Meryl Streep in stato di grazia, Ben Bradlee, direttore del giornale della Capitale americana, ruolo affidato dall'attuale attore feticcio di Spielberg, Tom Hanks. In mezzo a questi due colossi del cinema americano, spuntano nuove comparse tra le quali citiamo l'ottimo Bob Odenkirk che, smessi temporaneamente i panni di Saul Goodman delle serie tv Breaking Bad e Better Call Saul, impersona in maniera pressoché perfetta uno degli artefici dell'impresa giornalistica al centro degli eventi narrati, il giornalista Ben Bagdikian e, infine, Jesse Plemons, sempre proveniente dalla serie ideata da Vince Gilligan, che interpreta Roger Clark, un avvocato di Washington che mediò tra il Governo e il Giornale durante la vicenda dei Pentagon Papers. Ma The Post, oltre a raccontarci una storia vera, offre spunti di riflessione su altri temi fondamentali e forieri di innumerevoli discussioni e lotte: la libertà di stampa e l'emancipazione femminile.


Si dà il caso che Kay Graham si sia ritrovata proprietaria del Washington Post non per suo volere, ma solo dopo la morte del marito che glielo lasciò, con sua grande sorpresa e un leggero imbarazzo, in eredità. Sono molte, infatti, le scene che sottolineano la quasi totale assenza di donne all'interno della stanza dei bottoni del giornale, ad eccezione proprio di Kay Graham, la quale  non solo riesce a farsi rispettare all'interno del consiglio di redazione, ma impone anche la proprie volontà in merito nonostante i numerosi pareri contrari dei suoi consiglieri e le pressioni esercitate verso di lei direttamente dal Governo, cosa che negli anni in cui si svolgono i fatti era tutt'altro che consueta. Si avverte per tutta la durata del film questa vena combattiva da parte di Steven Spielberg che tende sempre mostrare, anche tramite piccoli dettagli, la straordinarietà e la delicatezza della situazione e si ha la sensazione che con l'evolversi della storia anche la tensione emotiva si faccia sempre più opprimente fino alla soluzione finale che, durante la proiezione, ha strappato oltre a uno scrosciante applauso, anche una levata di pugni in aria in segno di vittoria.


La poetica Spielberghiana è pienamente ed abbondantemente rappresentata in questo The Post, film capace di coinvolgere fino ad emozionare lo spettatore pur non essendo di certo un film innovativo, almeno narrativamente parlando (si pensi a Tutti gli Uomini del Presidente, capostipite delle pellicole che trattano l'argomento del giornalismo d'inchiesta), scritto da Liz Hannah e Josh Singer, musicato dall'immancabile John Williams e diretto da Steven Spielberg col preciso obiettivo di sensibilizzare le menti degli spettatori, oltre che istruirli su una pagina di storia fondamentale per la democrazia, la libertà di stampa, di parola e di pensiero
Essendo solo a gennaio è presto per definire The Post uno dei migliori film dell'anno, ma sicuramente siamo di fronte ad un'opera di qualità notevole sia per quanto riguarda il cast (da urlo) che per l'autorevolezza di chi l'ha diretto da dietro la Macchina da Presa. 
Il consiglio è quello di non perderlo assolutamente.
The Post uscirà nelle sale italiane dal giorno 1 febbraio 2018.
Voto: 8,5.
Luca Cardarelli