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martedì 31 marzo 2015

FAST AND FURIOUS 7 DI JAMES WAN


C'erano una volta un poliziotto infiltrato (Brian O'Conner/Paul Walker) e una banda di corridori clandestini (capitanati da Dominic Toretto/Vin Diesel) tutti macchine, motori e belle donne. Il loro obiettivo era quello di vincere le Race Wars in mezzo al deserto, aggiudicandosi il maggior numero di libretti di circolazione possibili. 
Dopo 15 anni il poliziotto infiltrato O'Conner è uno dei capetti della suddetta banda insieme a Dom Toretto, e l'obiettivo principale non è più lasciare a piedi gli avversari nelle suddette corse clandestine, ma vendicare (e pure qualcosina di più), la morte di compagni salutati precocemente durante la saga più tamarra che il cinema abbia mai conosciuto: FAST AND FURIOUS.


Dopo aver seguito le evoluzioni di Toretto e soci in giro per America, Giappone, Brasile e Gran Bretagna, il carrozzone guidato per l'occasione da James Wan (al suo esordio in un film dall'ossatura action, proveniente dal mondo Horror/Splatter - Saw e Insidious 1 e 2, tra gli altri) approda in Medio Oriente. Abbiamo Jason Statham che interpreta Deckard Shaw, fratello del defunto, nel sesto episodio della saga, Owen Shaw. Deckard, abilissimo nelle arti marziali e nel maneggiare ogni tipo di arma, dalla chiave inglese al Bazooka si mette sulle tracce di Dom Toretto e della "Famiglia" per vendicare la morte del caro fratello. Ma a sua volta Toretto, venuto a sapere che il caro vecchio Han (Sung Kang) è stato ammazzato dallo stesso Deckard Shaw, brama di vendicarsi a modo. Nel frattempo Hobbs (Dwayne Johnson), che è il primo a "conoscere" i pugni, i calci e le bombe a mano di Shaw, raduna i ragazzi, o meglio, li fa radunare per mano del fidato amico Frank Petty, un Kurt Russell in giacca e cravatta ma con l'anima da Stuntman Mike di Tarantiniana memoria.


Obiettivi: catturare Shaw e recuperare "L'occhio di Dio", un sofisticato software capace di crackare qualsiasi dispositivo (dalle telecamere a circuito chiuso alle fotocamere dei cellulari) per scovare i ricercati in qualsiasi parte del mondo essi si trovino. Inizia così un turbillon di inseguimenti, sparatorie, acrobazie e chi più ne ha più ne metta, che porta la banda in quel di Abu Dhabi dove succede qualsiasi cosa (se avete visto il trailer avrete già capito).


Spogliatevi di ogni possibile incredulità, toglietevi dalla faccia quel sorrisetto sarcastico proprio di chi pensa "puah, cinema di quart'ordine", sedetevi sulla poltrona del cinema, con una quintalata di popcorn e una litrata di Cocacola (il film durerà 2 ore e 20, ma fidatevi, non ve ne accorgerete) e sgranate gli occhi a più non posso gustandovi le sequenze più surreali ed esagerate che abbiate mai visto in un film dove i protagonisti sono tutti dei guidatori spericolati e per di più con le mani non le mandano a dire. Se a tutto questo aggiungete esplosioni degne dei film fracassoni alla Michel Bay, quello che otterrete è un film che chiede solo di essere guardato come un treno che passa viene visto da un bambino per la prima volta in vita sua.


L'adrenalina la fa da padrone, Gli ammiccamenti al cinema da "Grindhouse" sono numerosissimi: in particolare c'è la lunghissima sequenza dell'inseguimento tra le macchine della squadra di Toretto e O'Conner planate dal cielo (WTF grosso come una casa) e il pullman corazzato e armato come fosse un galeone dei pirati in cui viene citato evidentissimamente Grindhouse-Death Proof (per la gioia di chi scrive). Le evoluzioni che si ammirano nel trailer che circola già da un po' di tempo in rete e su tutte le reti televisive sono solo una piccola parte di quelle che ammirerete durante i 140 minuti di proiezione, e, volo tra un grattacielo e l'altro di Toretto e pulman in versione tapis roulant sotto i piedi di O'Conner a parte, ce ne sono moltissime altre che faranno gridare e ridere allo stesso tempo per quanto sono (volutamente) surreali ed esageratamente esagerate. Da questo punto di vista il film può benissimo essere considerato, oltre al migliore dell'intera saga, un vero e proprio capolavoro di quella categoria film che ci prendiamo l'onere e l'onore di coniare col termine di "WTFable" che mischia la natura "favolistica" delle vicende narrate all'esclamazione che chi scrive avrà urlato (silenziosamente) almeno una ventina di volte durante la proiezione.


Niente da dire nemmeno sul frenetico montaggio al servizio del fiume in piena rappresentato dagli eventi narrati, assecondato alla perfezione da una colonna sonora tutta Rap e musica elettronica che si alterna nei punti giusti con temi "suspance" degni dei classici film thriller action.
C'è anche spazio per la lacrimuccia, nei 10 minuti finali, grazie a parole e immagini tutte dedicate come, del resto, tutto il film, alla memoria di Paul Walker che ci ha tragicamente lasciati nel novembre 2013.
Toretto non vivrà più la vita un quarto di miglio alla volta, ma le sue gesta, come quelle di tutto il cast, divertono sempre di più gli appassionati, invogliando a seguirle anche chi di macchine e tamarrate non ha mai voluto saperne nulla, grazie all'ottimo mix tra corse e action operato da James Wan, preceduto in parte dal collega Justin Lin, che ha diretto ben quattro dei sei precedenti capitoli di questa divertente saga.
Correre o morire. 
Dal 2 aprile nei cinema.
Voto: 8/10.
Luca Cardarelli


  




lunedì 30 marzo 2015

A SECOND CHANCE DI SUSANNE BIER


Ci sono film che fanno male, sia a livello emotivo che, quasi, fisico. "A Second Chance" della regista danese già vincitrice di un Oscar al miglior film straniero nel 2011 per "In un Mondo migliore", Susanne Bier, è uno di questi.  
Al centro della vicenda due coppie di genitori: la prima, formata da Andreas e Anne (rispettivamente Nicolaj Coster-Waldau e Maria Bonnevie), che vivono bene, in una bella casa, lui poliziotto, lei casalinga, con il figlio neonato Alex. La seconda, formata da Tristan e Sanne (rispettivamente Nikolaj Lie Kaas e Lykke May Andersen), due tossici (ma di quelli pesanti) che vivono nella sporcizia e nel disagio, perennemente fatti di eroina, in un quartieraccio, con il figlio, anch'egli neonato, Sofus. Andreas conosce Tristan per averlo arrestato diverse volte. Tristan è solito picchiare Sanne, oltre che forzarla a drogarsi con lui. 
La tragedia avviene quando il piccolo Alex muore e ad Andreas viene la malsana idea di sostituirlo con Sofus, all'insaputa della moglie, infilandosi di nascosto in casa dei due tossici che, difatti, non si accorgono nè del rapimento nè della sostituzione. Pensano che Sofus sia morto. 
Nei piani di Andreas il delitto perfetto, ma a fin di bene, si sarebbe compiuto con l'arresto e la condanna di Tristan per maltrattamenti a moglie e figlio. Ma non tutto va come previsto, anzi assistiamo ad una catena di eventi tragici che porteranno la drammaticità della storia a livelli ancora più elevati.
L'atmosfera è cupa, il cielo grigio, i dialoghi al limite dell'isterismo, gli avvenimenti narrati fanno accapponare la pelle. Alcune scene, al pari delle situazioni che si vanno a creare, provocano addirittura conati di vomito. In confronto a questo film, "Trainspotting" e "The Broken Circle Breakdown (Alabama Monroe)" sono favole per bambini. 
Un film molto crudo che pone su uno sfondo sociale un indecifrabile psicodramma a tinte thriller che terrà incollati alla sedia fino alla fine e farà tirare un sospiro di sollievo con lo scorrere dei titoli di coda, non tanto per come finisce la storia, ma perchè, proprio, finisce. 
Pugno nello stomaco, ma non per questo sconsigliato, anzi.
Voto: 7,5/10.
Nei cinema dal 2 aprile.
Luca Cardarelli.



martedì 24 marzo 2015

LA FAMIGLIA BELIER DI ERIC LARTIGAU


A prima vista "La Famiglia Belier" sembra un innocuo e leggero filmetto francese, di quelli che si lasciano vedere e poi passano direttamente in quel lungo e buio corridoio della mente chiamato dimenticatoio: niente di più sbagliato.
"La Famiglia Belier", che ricorda vagamente nello stile "il Tempo delle mele" o, se vogliamo citare film un po' più recenti, "Little Miss Sunshine", ci parla della quattordicenne Paula, cresciuta in una famiglia contadina composta da papà, mamma e fratello tutti e tre sordomuti. Paula, essendo l'unica a parlare e sentire, è abituata a fare da intermediario tra i suoi e il mondo esterno. Riesce comunque a vivere una vita quasi normale andando a scuola, frequentando la sua migliore amica Mathilde e prendendosi una cotta per il belloccio e un po' tenebroso Gabriel, per il quale deciderà di iscriversi ad un corso di canto in cui scoprirà di avere una voce magnifica e che, grazie anche all'insistenza dell'insegnante di canto Fabien, le cambierà la vita.


Ci piace tornare ogni tanto a quell'età in cui il cuore batteva all'impazzata ed all'improvviso ci si catapultava in un mondo tutto nostro e che solo noi, pensavamo, potessimo capire fino in fondo. Ecco, La Famiglia Belier riesce a teletrasportarci vent'anni indietro, presentandoci però una ragazzina che conduce due vite in una: da adolescente (con quello che ne consegue) e da adulta (idem). Questo è un ottimo film "di formazione" che prende in esame quel periodo in cui si fanno le prime scelte "campali" e in cui si passa dall'essere bambini all'essere "quasi adulti", e cioè adolescenti. Ancora nè carne nè pesce, ma comunque più grandi e consapevoli della vita.


Tra gags che strappano più di un sorriso e scene più che commoventi, La Famiglia Belier intrattiene ma allo stesso tempo fa riflettere sulla condizione "particolare" di una ragazzina che contemporaneamente supporta e manda avanti un'altrettanto particolare famiglia ma vuole però anche vivere una tranquilla adolescenza senza questo peso sulle spalle. Peso che, volente o nolente, c'è e si fa sentire, soprattutto nel momento in cui questa ragazzina solare e piena di grinta decide che è il momento di cambiare. Un cambiamento che coinvolge tutti i componenti della Famiglia Belier, non solo Paula.


E bisogna giungere, come è prassi comune, a dei compromessi, anche se il modo per raggiungerli non è esattamente tra i più convenzionali, ma sicuramente risulta il più efficace di tutti.
Un film "primaverile", in senso lato. Sboccia la vita in primavera. E sboccerà anche Paula. E allo spettatore, anche al più "cuore di pietra" di tutti, scapperà più di una lacrimuccia sul finale.
Sorprendente.
Voto 7,5.
Nei cinema dal 26 marzo.



martedì 17 marzo 2015

UNA NUOVA AMICA DI FRANCOIS OZON



                           

Avevamo salutato da un annetto il provocatorio "Giovane e bella", la storia di una giovanissima Squillo francese, e ora accogliamo a braccia aperte questo nuovo lavoro dell'altrettanto provocatorio regista Parigino "Una nuova amica" che, in fatto di scene piccanti e temi scottanti, dà almeno quattro o cinque piste al film che è sulla bocca di tutti in questo momento: "50 sfumature di Grigio".


"Una nuova amica" ha un inizio che lascia basiti: una giovane e bellissima donna, vestita da sposa, esanime, ripresa dall'alto prima che la bara nella quale passerà l'eternità venga chiusa e sepolta "six feet under" (come non pensare all'omonima, grande serie TV, vedendo questa scena?). Si tratta Laura (un'algida ed eterea Isild Le Besco), che lascia marito (Romain Duris, sì, lui, quello de "L'appartamento spagnolo") e figlia di nemmeno un anno. Oltre a coniuge e prole, lascia anche Claire (Anaïs Demoustier), la sua migliore amica sin dai tempi delle scuole elementari, alla quale era rimasta sempre legata a doppio, se non triplo filo (ai limiti dell'omosessualità, quasi).


Il film entra nel vivo quando Claire scopre, andandolo a trovare per verificarne le condizioni psicologiche, che David, in casa, gira completamente vestito da donna, con tanto di trucco e parrucca bionda. Claire inizierà a frequentare David di nascosto dal marito Gilles (Raphael Personnaz), al quale racconterà di aver ritrovato una sua vecchia compagna di liceo, Virginia, che da lì in poi sarà il nome femminile del povero vedovo. Da lì in poi la storia si evolve in un intreccio fitto fatto di ammiccamenti, sguardi equivoci, dialoghi a metà strada tra il comico e il drammatico, scene semiorgiastiche, pregiudizi e colpi di scena degni di un Thriller Hitchcockiano (le musiche della colonna sonora spingono molto in quella direzione).


Ozon confeziona un film, coraggioso oltre (quasi) il consentito, tratto da una novella di Ruth Rendell, con un velato rimando anche a "Moonlight Shadow" di Banana Yoshimoto, racconto poi incorporato nel famosissimo romanzo "Kitchen". Temi come l'omosessualità, l'amicizia che è quasi amore tra due donne e poi tra un travestito e una donna (quasi a comporre un eccentrico triangolo), non potevano trovare nel regista francese Francois Ozon miglior "narratore", ma, già come successe per "Giovane e bella", il cineasta ha voluto esagerare col sottolineare la sua idea in merito a questi temi, andando a naufragare in un finale a dir poco tragicomico, quasi farsesco,  ai limiti della fantascienza, che fa crollare quanto di buono o, consentiteci, eccellente, si era visto nella prima ora e venti minuti di pellicola, in cui si apprezzano scene ed immagini così poetiche da lasciare esterrefatti, con una bella alternanza di momenti cupi e momenti di ilarità, degni una storia come quella narrata. Un capolavoro a metà che per cui gli applausi si smorzano ancor prima di iniziare a scrosciare. Peccato.
Nei cinema dal 19 marzo.
Voto 5/10.
Luca Cardarelli.

martedì 24 febbraio 2015

KINGSMAN - THE SECRET SERVICE DI MATTHEW VAUGHN


Dal regista di due Cinecomics come Kick-Ass e X-Men - L'Inizio, Matthew Vaughn, ecco arrivare il terzo, Kingsman - Secret Service, adattamento cinematografico dell'omonimo fumetto (o comic novel) creato dalla coppia formata da Mark Millar e Dave Gibbons. 
Avevamo appena finito di elogiare Inarritu e il suo Birdman, per il coraggio dimostrato nello sputare contro il cinema dei supereroi e dei cinefumettoni, ma subito dobbiamo ricomporci e rivolgere un plauso a Vaughn per la sua ultima prova registica. Kingsman è un concentrato di situazioni al limite del possibile in cui un gruppo di "agenti segreti" scelti attraverso un corso ad "eliminazione", capitanati da Harry Hart (Colin Firth), Merlin (Mark Strong) e Arthur (Michael Caine) devono lottare contro quel cattivone di Richard Valentine (Samuel L. Jackson) che ha in mente di decimare la popolazione mondiale, che egli considera come un virus che ha colpito la terra e che la sta portando lentamente, ma inesorabilmente, alla definitiva morte. Per raggiungere il suo obiettivo si serve di una speciale sim card da innestare sottopelle e che porta gli uomini ad annientarsi tra di loro in maniera violenta. I Tre conteranno sul giovanissimo Eggsy (Taron Egerton), figlio di un loro collega morto tragicamente durante una missione.


Kingsman - Secret Service è un'originale commedia/action/cinecomic che diverte (e scommettiamo si siano divertiti anche i protagonisti a girarla) il cui ritmo è molto incalzante, in cui le acrobazie si sprecano, i colpi ad effetto fanno tornare in mente Matrix (con continue scene rallentate ad aumentarne l'enfasi), è presente un buon numero di sequenze al limite dello splatter e quel sano Humor inglese che unisce l'aplombe di James Bond (la pellicola è piena zeppa di sue citazioni, dal Vodka Martini agitato non mescolato ai gadget da perfetto agente segreto) e la demenzialità di Austin Powers (che a sua volta era già un melting pot di citazioni cinematografiche sul tema spionistico/action).


Il Villain, un eccentrico Samuel L. Jackson con la zeppola alla Silvio Muccino, raccoglie in sé un'estrema cattiveria mescolata uniformemente ad una discreta goffaggine (accentuata dalla zeppola di cui sopra) e risulta essere uno degli elementi più comici di tutto il film che avrà il più classico degli happy ending. Originale la trovata della assistente sexy dai capelli alle ginocchia e letale dalle ginocchia in giù, grazie a delle protesi in stile Oscar Pistorius dotate di lame affilatissime.
Una pellicola, Kingsman - Secret Service divertente e rinfrescante, da guardare per rilassarsi e farsi quattro risate, ma facilmente dimenticabile non appena scorsi i titoli di coda. Ci sarà un sequel? Così dicono.  
Dal 25 febbraio nei cinema.
Voto 6,5/10.



lunedì 23 febbraio 2015

2015 ACADEMY AWARDS: BIRDMAN IS ALL IN!!!


Per la prima volta sono riuscito ad assistere alla più volte decantata Notte degli Oscar e lasciamo stare il fatto che uno dei tanti motivi per i quali ho scelto di abbonarmi a Sky era proprio questa serata, e poi questi buontemponi alle dipendenze di Murdoch decidono di mandare il tutto anche su Cielo, canale in chiaro, 'tacci loro. 
Nonostante la maggior parte dei Social dava come strafavorito "Boyhood", questo film monumentale ad opera di Richard Linklater si è dovuto accontentare "solo" della Statuetta per la miglior attrice non protagonista, Patricia Arquette (bravissima). Evidentemente quelli dell'Academy hanno voluto fare un dispetto e premiare (a sorpresa, ma nemmeno poi così tanto) un film, "Birdman", che è già entrato nella categoria "Cult" per lo splendido modo in cui il suo regista, Alejandro Gonzalez Inarritu, ha deciso di girarlo, ma non solo: un cast stellare, una fotografia da paura e una sceneggiatura più che originale (il mix tra cinema, teatro e critica sociale è quanto di più esplosivo possa esistere all'interno di un film) hanno permesso a Inarritu e ai suoi fedeli collaboratori di portarsi a casa ben 4 statuette, vale a dire Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura e Miglior fotografia. Peccato per la non assegnazione a Keaton del premio come miglior attore (andato all'ottimo Eddie Redmayne per la sua interpretazione in "La teoria del Tutto"). Sarebbe stata una cinquina strabiliante. 
Altro Poker di statuette l'ha collezionato il favoloso "The Grand Budapest Hotel": Costumi (orgoglio nazionale Canonero!!!), Trucco e parrucco, Scenografia e Colonna Sonora. Saranno premi "tecnici", ma donano alla pellicola di Anderson quel luccichio che impreziosisce sempre una cover DVD/Bluray, o no?
JK Simmons vince, come da pronostico, il premio come miglior attore non protagonista per la sua "Hartmaniana" interpretazione in "Whiplash", film che si porta a casa anche i premi per il miglior montaggio e per il miglior sonoro. Grande soddisfazione dunque anche per una pellicola molto più da Sundance che da Academy. 
Grande gioia anche per Julianne Moore (Miglior Attrice Protagonista) che era, a mio avviso, l'unica componente da Oscar del film "Still Alice". 
Per quanto riguarda i film di animazione, "Big Hero 6" della Disney (e anche un po' Marvel) batte la concorrenza di "Dragon Trainer 2", dato come favorito all'inizio. Certo, se ci fosse stato tra i candidati "The Lego Movie" avrei fatto un tifo sfegatato quest'ultimo film, ma tant'è, anche "Big Hero 6" mi era piaciuto tantissimo, e quindi posso ritenermi soddisfatto. 
Anche "The Imitation game" che concorreva per il miglior film, si è dovuto accontenatre, per modo di dire, della statuetta per la miglior sceneggiatura non originale. Chi dava come strafavoriti Benedict Cumberbatch e Keira Kneightley per i premi al miglior attore protaginista e miglior attrice non protagonista, ha dovuto ingoiare un piccolo bocconcino amarognolo. 
Totale indifferenza per l'Oscar al Miglior Film Straniero, "Ida" (Polonia), che mi sono lasciato sfuggire come le restanti pellicole straniere, all'infuori di Storie Pazzesche (Argentina/Spagna). 
Altro escluso eccellente è sicuramente "American Sniper" del Maestro Clint Eastwood (a dire la verità la presenza in platea della vedova Kyle mi aveva fatto presagire tutt'altro): solo miglior montaggio sonoro per lui (sebbene lo reputassi un buon film, non lo ritenevo comunque degno di alcuna statuetta, premi tecnici a parte).
Selma, candidato, tra gli altri, al premio come miglior film, si porta a casa solo la statuetta per la miglior canzone originale "Glory" la cui esecuzione live ha fatto inondare di lacrime più di un volto celebre in platea (Chris Pine, tra i più commossi). Difficile sarebbe stato vederlo vincere premi più prestigiosi, visto che solo l'anno scorso "12 anni schiavo", pellicola di Steve McQueen simile nei temi seppur ambientata in contesto storico diverso, si portò a casa il premio come Miglior film. Comunque, meglio di niente. 
Soddisfazione platonica, infine, per "Interstellar", bistrattato oltremodo tra Golden Globes e Academy Awards, che si aggiudica il premio per i migliori effetti speciali (e ci mancava pure che non glielo dessero, povero Nolan). 
E ora che la stagione dei premi può dirsi conclusa, in attesa di Cannes 2015, lanciamoci in questo che sarà un anno ricco di ritorni importanti, tra i quali quello dell'unico e inimitabile QUENTIN TARANTINO!!! 

I'm coming, Assholes!!!


Il vincitore della serata: Alejandro Gonzalez Inarritu - Birdman (Miglior Film, Miglior regia, Miglior Sceneggiatura originale e miglior Fotografia) 

L'Italia ha vinto anche quest'anno!!! Grande Milena Canonero, vincitrice del premio per i migliori costumi in 
The Grand Budapest Hotel

Spettacolare. 

Ecco il link dell'elenco completo dei vincitori, direttamente dal sito ufficiale del network ABC: 2015 Oscars Winners - 87th Academy Awards Nominations

mercoledì 18 febbraio 2015

BIRDMAN O (L'IMPREVEDIBILE VIRTU' DELL'IGNORANZA) DI ALEJANDRO GONZALEZ INARRITU


No, questo film non è un cinefumettone: basta leggere il nome del regista. Ma parla, a suo modo, di un Supereroe, anzi di un attore che vive intrappolato nell'immagine data dal supereroe di cui indossò, vent'anni prima, il costume: Birdman. Riggan Thomson (Michael Keaton) dopo aver preso parte alla trilogia dell'Uomo Uccello (le analogie con Batman si sprecano, soprattutto se andiamo a pensare che Keaton fu l'uomo pipistrello nei due episodi diretti da Burton) non riesce più ad ottenere una parte che sia una, e allora decide di darsi al teatro, riadattando l'opera di Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore".


Inarritu ambienta il suo nuovo film nella Grande Mela, a Broadway, girandolo per un buon 95% utilizzando la tecnica del piano sequenza (virtuale) e quindi sottoponendo se stesso e gli stessi attori ad un enorme sforzo dal punto di vista tecnico. Infarcisce la pellicola del realismo che da tale tecnica emana per natura, mischiandolo con scene surreali, a tratti oniriche, di grande impatto visivo. Il cast, formato da star del calibro di Michel Keaton, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts e Zach Galifianakis, gli dà una grandissima mano a raggiungere l'obiettivo di creare qualcosa di unico ed indimenticabile come Birdman. Ma questo film non è solo tecnica. E' anche sostanza. Molta sostanza. La prima cosa che salta subito all'occhio è la feroce critica portata ad un certo cinema, ovvero quello dei cinefumettoni o cinefracassoni alla Transformers, e si fanno nomi e cognomi, a tal punto che vien da pensare se qualche attore - Robert Downey Jr, ad esempio - non abbia deciso di citare in giudizio Inarritu per le pesanti offese rivolte a lui ed al suo Ironman in alcuni dialoghi. Poi è la volta delle nuove tecnologie al servizio dei media (Youtube, Twitter ecc), foriere di improvvisa quanto effimera celebrità, a cui Riggan Thomson sembra non volersi piegare, più per orgoglio personale che per altro.
E infine non viene risparmiato nemmeno il dorato mondo della critica, teatrale o cinematografica che sia, capace di portare un personaggio tanto alle stelle quanto alle stalle, mediante recensioni lodanti o spietatamente bastarde.
Il finale poi... Tutto da gustare ed interpretare.


L'eclettico regista messicano mette dunque tantissima carne al fuoco, ma quel che ne viene fuori è tutt'altro che un mappazzone  insipido e pesante, anzi, è un piatto prelibato da gustare e per cui chiedere il bis e anche il tris. Regia, montaggio, sceneggiatura, fotografia e colonna sonora fanno a gara per salire sul gradino più alto di un ipotetico podio, tanto è alta la qualità di ognuno di questi fondamentali elementi. E, come accennato sopra, anche il cast brilla di una luce potentissima.


Birdman è Cinema, metacinema, teatro e tantissimo altro ancora. Un capolavoro, da vedere e rivedere.
Giustificatissima la candidatura per il miglior film, insieme alle altre. Il 22 notte ne vedremo delle belle...
Voto 9/10
Luca Cardarelli