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giovedì 11 febbraio 2016

PERFETTI SCONOSCIUTI: DUE CHIACCHIERE CON PAOLO GENOVESE



In vista dell'uscita di Perfetti Sconosciuti, prevista per l'11 febbraio, abbiamo incontrato il Regista romano Paolo Genovese per scambiare 'na chiacchiera (come l'ha definita egli stesso) sul film e sul cinema in generale, finendo anche col parlare di come la tecnologia al giorno d'oggi abbia completamente cambiato la vita di tutti noi, sia in negativo che in positivo. Buona lettura.

Perfetti Sconosciuti è un film che induce ad una profonda riflessione su temi molto importanti quali l'accettazione di se stessi, del prossimo, l'omosessualità, l'omofobia e, infine, la fiducia riposta ciecamente nel partner e da questo mal ripagata. La definiresti una commedia a tinte drammatiche o un dramma mascherato da commedia?

Io penso che, negli anni, si sia un po' perso il vero significato del termine commedia. Sento spesso, come hai appena fatto tu, unire questo termine all'aggettivo drammatica. Quello che vorrei che tutti capissero è che la commedia vera ha anche il dramma al suo interno, sempre. Prendiamo classici del cinema italiano come La Grande Guerra e Il Sorpasso: sono commedie, no? Però alla fine i protagonisti muoiono. Quindi l'elemento drammatico è strapresente, insito nel concetto di Commedia stesso. Definire Perfetti Sconosciuti una commedia dovrebbe bastare, in quanto ogni commedia, di per se, ha al suo interno risvolti anche drammatici.

E infatti, parlando proprio degli sviluppi delle vicende di questo film, l'emozione che più avvolgerà l'animo degli spettatori sarà l'angoscia...

È un po' questo, infatti, il senso della commedia: la sua grandezza sta nel fatto che, come un Cavallo di Troia, entra inoffensiva nell'animo dello spettatore per poi esplodergli dentro come un virus. E questo le riesce molto facilmente in quanto, al contrario del cinema d'autore, la commedia è qualcosa di molto popolare, accettata di buon grado da un pubblico molto vasto e, proprio per questo, diventa un ottimo mezzo per diffondere messaggi anche profondi ad un maggior numero di persone. Film come  La vita è bella o Train de vie trattano entrambi un argomento gravoso come la deportazione degli ebrei e la Shoah in una maniera tale da essere accettata da un pubblico molto vasto, portandolo a riflettere e risultando più efficaci in ciò rispetto a tanti altri film che trattano gli stessi argomenti in maniera però più seriosa e austera.

Cambiamo totalmente argomento, analizzando dal punto di vista tecnico Perfetti Sconosciuti. Questo è un film girato quasi interamente in un ambiente chiuso, in questo caso un appartamento. Quante difficoltà ha comportato rispetto ad altri film girati anche in esterni?

Molte, ad essere sinceri. Girare un film in interni equivale a cucinare un piatto con pochissimi ingredienti a disposizione. In questo caso l'unico ingrediente è costituito dalla storia che si cerca di raccontare. Se la storia non funziona, il film risulterà essere mortale! Girare in esterni fornisce, drammaturgicamente parlando, molte più possibilità narrative: hai a disposizione gli spazi, diversità di location, musiche, panorami, ampiezza, che sono tutti elementi con cui puoi accompagnare la tua narrazione. Nello spazio chiuso, invece, il testo è l'elemento principale e la regia ne deve seguire le emozioni senza potersi distaccare troppo dai personaggi. Quando sento dire, però, che Perfetti Sconosciuti è un film teatrale mi vengono i brividi. Secondo me questa definizione tradisce un'analisi molto superficiale del film. La teatralità non è data dal fatto che il film sia girato in un ambiente chiuso. C'è una differenza sostanziale tra la messa in scena teatrale e quella cinematografica: a teatro tu, spettatore, sei di fronte ad una totalità e volgi lo sguardo verso ciò che tu decidi di seguire. Nel cinema invece sono io, regista, che ti impongo cosa guardare. Il teatro è il tutto. Il cinema è una parte del tutto. E sono io, regista, a selezionarla ed offrirtela.

Parlando dei personaggi, qual è stato quello più difficile da scrivere e portare in scena?

Sicuramente Lele, interpretato da Valerio Mastandrea, non tanto per il personaggio in sé, ma per le tematiche che va a toccare. Insieme a quello di Cosimo (Edorardo Leo).  Il tema andato a sviluppare con questi personaggi, l'omofobia, è infatti uno dei più delicati, se non il più delicato in assoluto: una parola più, o una in meno, e tutti ti punteranno il dito contro. Un altro problema derivante dallo sviluppo di questo tema è inoltre che è molto facile scadere nella banalità o nella scontatezza, e sono molto contento di averlo trattato in maniera originale come vedrete nel film.

E il gioco del cellulare? Da dove è partita questa idea? 

Sono ormai vent'anni che il cellulare è diventato qualcosa di molto simile ad un organo vitale, del quale la gente sembra non riuscire a fare a meno. Nel momento in cui ho deciso di fare questo film, che parla della vita segreta delle persone, ho pensato che mai nessuno aveva deciso di trattare quell'argomento partendo da uno spunto del genere: il cellulare visto come una scatola nera che, una volta aperta, produce effetti devastanti come il leggendario Vaso di Pandora.

Ultima domanda: se potessi, torneresti ai tempi in cui il cellulare non esisteva, o non era così tanto invadenti?

Premettendo che io, orgogliosamente, faccio parte della "generazione dei citofoni" (che ora sembra non esistere più), no, non tornerei indietro. Perché comunque il cellulare è uno strumento utilissimo, a meno che non se ne faccia un uso patologico. Indubbiamente quest'oggetto ci ha cambiato la vita, ci ha interconnessi con il mondo, tramite il web e i social networks. Il mio film non va contro queste cose. Se uno si limita ad un utilizzo fisiologico, il cellulare non gli potrà mai creare problemi.
Però ho notato una cosa non molto bella riguardo le relazioni sentimentali: oggi ci conosciamo, ci corteggiamo, ci seduciamo attraverso i social e i servizi di instant messaging. Trovo che sia una cosa tremenda perché in questo modo tagliamo fuori una parte della nostra personalità e della nostra umanità, annullandola quasi attraverso uno schermo. Osservando i miei figli che chattano sempre con le loro fidanzatine, mi sono reso conto che non arrossiscono più, non tremano più, non abbassano più lo sguardo in preda alla timidezza. Tutto ciò avviene perché davanti non hanno una persona in carne e ossa, ma uno schermo. La timidezza è una risorsa per me importante e purtroppo sta scomparendo a causa di questo nuovo modo di comunicare. È una cosa su cui riflettere e anche tanto.


Vi ricordiamo che per sostenere il cinema italiano bisogna andare al cinema. Quindi, correte a vedere Perfetti Sconosciuti perché è un film che merita di essere visto per come riesca ad condensare in soli 97 minuti un numero così alto di risate e riflessioni profonde.
Luca Cardarelli.  


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