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mercoledì 10 giugno 2015

JURASSIC WORLD DI COLIN TREVORROW (NO SPOILER)


Finalmente è arrivato il tanto atteso quarto capitolo della saga Giurassica che tanto abbiamo amato negli anni 90: Jurassic World, non un sequel, non un remake, non un reboot, più che altro un omaggio, un tributo alla trilogia (se proprio vogliamo infilarci anche il terzo capitolo) che vede protagonisti Velociraptor, Tirannosaurus Rex, il Mosasauro e, in questo episodio, l'inedito Indominus Rex, un dinosauro creato in laboratorio (come gli altri) mischiando diverse razze di cui però il Dr. Wu (BD Wong), l'orientale genetista conosciuto in Jurassic Park, non svela la natura. Sappiamo solo che è PIU' GRANDE, PIU' RUMOROSO E CON PIU' DENTI, il tutto fortemente voluto dal magnate indiano Simon Masrani (Irrfan Khan), il nuovo proprietario del Parco, affamato di soldi e notorietà.

Più o meno la struttura narrativa di Jurassic World ricalca quella del primo Jurassic Park. Infatti vediamo come due fratelli, Zach (Nick Robinson) e Gray (Ty Simpkins) vengano mandati in vacanza per una settimana sull'Isola Nublar dove la zia Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) lavora come responsabile del Parco Divertimenti a tema Jurassic World, nato dalle ceneri del Jurassic Park andato distrutto 20 anni prima. Insieme al "Domatore di Raptor" Owen Grady (Chris Pratt) e il suo aiutante Barry (Omar SY), Claire, Zach e Gray, vivranno un'avventura tra la vita e la morte a causa dell'incontrollabile ferocia che l'Indominus Rex sprigionerà sommata all'estrema intelligenza di cui è dotato, all'insaputa di tutti. Non mancherà anche la figura umana negativa, il cattivo, incarnato per l'occasione da Vic Hoskins (il fu "Soldato Palla di Lardo" Vincent D'Onofrio) a far compagnia al su citato Masrani.


Con la trama è meglio fermarsi qui, per non rovinare ai futuri spettatori le (tante) sorprese celate in questo gigante Uovo di Pasqua che è Jurassic World, ma vi assicuriamo che il piatto che vi verrà servito sarà strapieno di deliziosi manicaretti firmati Colin Trevorrow, ma sospettiamo che ci sia più di una mano nascosta del caro vecchio Zio Steven Spielberg che, ricordiamolo, di tutto questo baraccone delle meraviglie, è il Produttore Esecutivo.


Emozionalmente parlando possiamo sicuramente affermare che Jurassic World sia un capolavoro: bastano i Dinosauri a rendere affascinante tutta la confezione, ma come se non bastasse, disseminate e leggermente nascoste nel film vi sono continue citazioni (anche di altri film) e rimandi all'episodio principe della saga, ovvero il primo. Lasciamo a voi, cari e famelici spettatori con la bava alla bocca, il gusto di scovarle e scommettiamo che la vostra reazione sarà identica alla nostra (non è  plurale majestatis, ma scrivo anche a nome delle centinaia di persone che hanno assistito con me alla proiezione in anteprima e che sono rimaste, come me, estasiate da quanto visto). Continui "OOOH" di meraviglia e commozione accompagnavano le scene topiche del film, fino ad autentiche incitazioni verso i protagonisti nelle scene più movimentate.


Due ore, quelle di Jurassic World, durante le quali gli occhi non si sono staccati un attimo dallo schermo, così come il corpo dalla poltrona. Un film adrenalinico, con picchi altissimi di tensione (gli stessi che avevano caratterizzato anche i suoi primi due antenati, Jurassic Park e The Lost World - Jurassic Park), mista all'Humor e al buonismo (leggetelo positivamente) tipici dello Spielbergismo più accanito (e ci piace ciò) con protagonisti in cui molto facilmente si arriva ad immedesimarsi ed affezionarsi sin dalla prima scena nella quale compaiono, effetti speciali VERAMENTE ottimi (una CGI incredibilmente realistica, a tal punto da credere che i dinosauri fossero in carne ed ossa). E poi quel tema musicale firmato JOHN WILLIAMS che non ha smesso mai, nemmeno per un secondo, di farci venire la pelle d'oca. Infine il cast è sembrato molto ben assemblato e Chris Pratt è stata sicuramente la scelta migliore che potessero fare per l'assegnazione del personaggio principale (sull'onda del successo riscosso nei panni di Star Lord ne "I Guardiani della Galassia", ampiamente richiamato in alcune scene di Jurassic World).


I timori che questo fosse il film che, dopo il tremendo Jurassic Park III, avrebbe affossato definitivamente la saga sono completamente svaniti dopo i primi 5 minuti di proiezione. Dopo di che sono state solo emozioni.
Ovviamente chi andrà a vedere questo film, deve anche mettere in preventivo che vedrà un numero indefinito di imprecisioni dal punto di vista sia scientifico che da quello di una visione "realistica" dei fatti narrati. Dopo tutto se la chiamano FANTAscienza, un motivo ci sarà.
Unica nota negativa, il 3D è alquanto inutile (come di consueto), quindi prediligete proiezioni 2D se volete godervi appieno le emozioni del fantastico spettacolo di JURASSIC WORLD! Il Parco sta per aprire!!! BUON DIVERTIMENTO!!!
Nelle sale dall'11 giugno 2015.
Voto: 10/10.
Luca Cardarelli








mercoledì 3 giugno 2015

SAN ANDREAS DI BRAD PEYTON (Spoiler alert)


C'erano una volta Roland Emmerich e Michael Bay che, con i loro film catastrofici, ci facevano passare allegramente due ore incollati sulla poltrona del cinema e, una volta giunti ai titoli di coda, ci strappavano persino degli appalusi per come avevano deciso di mettere in ginocchio l'umanità e per poi farla risollevare. Patriottismo a gogo, gli USA vincono, i cattivi (siano essi alieni, terremoti, glaciazioni o asteroidi) perdono e vissero tutti felici e contenti.
Oggi invece abbiamo Brad Peyton che se ne viene fuori con il suo San Andreas (alzi la mano chi, all'annuncio dell'imminente uscita di questo film, non ha pensato ad una trasposizione cinematografica dell'omonimo videogioco della collana Grand Theft Auto). Trailer fantasmagorici ci annunciavano chissà quale film (per altro, prodotto non dalla Asylum, ma dalla Warner Bros) innovativo e clamoroso... E invece...


In "San Andreas" vediamo la California colpita e distrutta da ciò che gli americani temono di più: The Big One, ovvero il terremoto definitivo che farà separare le due placche geologiche a ridosso della ormai famigerata Faglia di San Andreas (appunto).  La storia prende in esame la famiglia Gaines, in cui Ray (The Rock), un soccorritore aereo, ed Emma (Carla Gugino) sono separati e  sull'orlo del divorzio, e la figlia di questi, Blake (Alexandra Daddario) vive con la madre e il nuovo fidanzato Daniel Riddik (Ioan Gruffudd), proprietario di una grande azienda che sta costruendo il più imponente grattacielo di San Francisco. E poi abbiamo il sismologo Lawrence Hayes (Paul Giamatti) che prevede il movimento della Faglia che causerà il più grande terremoto della storia.


Scrivere di un film come "San Andreas" senza demolirlo è un'impresa ardua. Ardua perchè un film del genere ce lo saremmo aspettati dalla The Asylum, non certo dalla Warner Bros. A dispetto delle apparenze, gli effetti speciali sono l'unica cosa che si salva del film (abbiamo ancora negli occhi la scena a tutto schermo in cui vediamo letteralmente affondare intere città). Per il resto San Andreas è connotato dalla totale assenza di un filo logico tra azioni e reazioni in funzione del rapporto causa/effetto e anche per quanto riguarda i dialoghi siamo a livello di comicità involontaria tanto da farlo sembrare una parodia di se stesso. Potremmo pure lasciar correre sulle incongruenze tecnico-scientifiche che affollano la pellicola per tutti i suoi 114 minuti di durata (se lo avevamo fatto per Independence Day e Armageddon, lo dobbiamo fare a maggior ragione anche per San Andreas), su tutti The Rock e la Gugino che, con un gommone di 3 metri scalano, dribblando dei cassoni in caduta libera da una nave cargo nelle vicinanze, uno tsunami di almeno 200 metri senza nemmeno rischiare di ribaltarsi (e invece la nave cargo si ribalta come niente fosse) e rimanendo saldamente e senza sforzo alcuno ai loro posti nonostante il motoscafo si trovi praticamente in posizione verticale durante la salita.


Potremmo pure lasciar correre sul fatto che The Rock non si faccia nemmeno un graffietto dopo tutte le peripezie che lo vedono protagonista e la Gugino rimanga impeccabilmente truccata e pettinata pure dopo un lancio col paracadute. Potremmo pure lasciar correre sul fatto che la Daddario e i suoi due nuovi amici che l'hanno salvata da morte certa si riparino dallo stesso tsunami mettendosi dietro una colonna del grattacielo in cui si trovano e, non solo si salvano, ma rimangono pure nello stesso perimetro manco fossero ancorati a quella colonna col cemento armato, e il grattacielo (ancora in costruzione) rimane pure in piedi.


Immancabile lo sventolio fiero e superbo della bandiera Stars and Stripes alla fine del film (se no che film catastrofico sarebbe???).
Quello che non si capisce è perchè alla fine di tutto Paul Giamatti venga elevato ad eroe, dopo che se ne è stato per tutto il tempo in uno stanzino a vantarsi di aver previsto tutto con due stagisti presi a caso da un'aula universitaria e una giornalista vestita di tutto punto con tanto di tacco 12 in bella vista in ogni inquadratura ad ascoltarlo inebetiti.


Ah, c'è pure Kylie Minogue, che fa la sorella di Daniel Riddik: hanno speso più per truccarla che per produrre i due minuti di film con lei dentro.
Questo film è un prodigioso non sense, divertente quanto volete, ma da un budget di circa 100 milioni di dollari, forse, ci saremmo aspettati qualcosina di più. Non che ci si fosse recati al cinema con l'idea di vedere un film scritto da Kubrick e diretto da Spielberg (o viceversa, fate voi), ma almeno che seguisse un filo logico, quello lo potevamo pretendere. Sebbene vi siano tutte queste negatività, il film farà soldi a palate e si può quindi benissimo dire che siamo già in zona Cult Trash al pari di Sharknado.
Voto 7,5/10 (per gli effetti speciali, ma anche per le risate provocate dall'infinita sequenza di non sense che caratterizza la pellicola).
E vissero tutti "Scossi ma felici". Sì, lo dicono davvero.



martedì 2 giugno 2015

FURY DI DAVID AYER


Germania, 1945. La Guerra è ormai finita. L'Esercito Tedesco batte in ritirata. Gli alleati si dirigono a Berlino per liberarla. Il Sergente Don Collier, chiamato Wardaddy (Brad Pitt), si ritrova, dopo una battaglia costata molte perdite, a capo di una squadra di soli 4 soldati (Boyd Swan/Shia LeBoeuf, Norman Ellison/Logan Lerman, Trini Garcia/Michael Pena e Grady Travis/Jon Bernthal), che deve portare a bordo del Tank Fury in un punto stabilito dal Comando, per poter essere tratto in salvo dai rinforzi in arrivo. Si imbatteranno in una frangia nazista in ripiego formata da circa 300 unità, armate fino ai denti.
Era da tempo "Hollywood" non sfornava un film di guerra "Vecchio Stile", per intenderci alla "Salvate il Soldato Ryan" di Spielberg, o "La Sottile Linea Rossa" di Malick. Di certo non ci si aspettava che a farci rivivere questo tuffo nella seconda guerra mondiale fosse un regista come David Ayer, molto più avvezzo a film d'azione (sceneggiatura di Fast and Furious e Training Day, tra le altre) e ora impegnato nella stesura dello script di "Suicide Squad" della Dc Comics.
In "Fury" "azione" e "dialogo" si alternano quasi regolarmente come nel movimento di un metronomo, ma ciò che rimane sempre sotto gli occhi di tutti è il massiccio Tank che dà il nome al film, nel quale i sei protagonisti agiscono come fossero un uomo solo. Fury deve portare in salvo la squadra e la squadra deve portare in salvo Fury. In questo gioco di ruolo vediamo caratterizzati i cinque personaggi: abbiamo il novellino spaesato Norman, unitosi all'esercito da appena due mesi, che, preso sotto l'ala protettiva del Sergente Collier (da qui "Wardaddy") riuscirà a farsi rispettare anche dagli altri compagni di brigata.


Il Sergente Collier è una figura molto assimilabile con il Tenente Aldo Raine di "Inglourious Basterds", primo perchè Brad Pitt ha interpretato entrambi, secondo perchè molti dei discorsi che abbiamo sentito nel film di Tarantino, li sentiamo anche in "Fury".
Poi abbiamo il tamarro messicano Garcia, che affoga i suoi problemi nell'alcol. Boyd, l'artigliere, è un killer spietato ma allo stesso tempo un fedelissimo Cristiano, tanto da essere soprannominato "Bibbia" e considerato la guida spirituale del gruppo. E infine abbiamo il "ragazzo di strada", Grady, legato a doppio filo con Boyd per via della sua mansione di "caricatore". Grady sarà quello che prenderà più di mira, come d'uopo per i bulli, il giovane e disorientato Norman.
Da quello che si può intuire, dunque, per quanto riguarda i personaggi e la loro caratterizzazione, non c'è niente di nuovo, anzi, ci spingeremmo a dire quasi che sono un "già visto" che sa di "stereotipato". Ma il bello del film sta nelle scene di battaglia, anche se forse i laser verdi e blu che si incrociano ricordando un po' Star Wars sono un po' esagerati, anche se un fondo di verità c'è (ogni 5 colpi ve n'era uno colorato, detto "tracciante" per capire dove andassero a finire i proiettili).


La forza di "Fury" sta nell'accuratezza della raffigurazione scenica del rapporto che i militari hanno l'un l'altro a formare una squadra unitissima, e il rapporto tra i militari e il loro "braccio armato", ovvero il Tank Fury. Molto avvincente la battaglia finale in cui i 5, all'interno del loro Carro Armato reso "invalido" da una granata anticarro che ne ha distrutto un cingolo, si trovano a fronteggiare 300 e passa nazisti. E di questo va dato merito ad Ayer che ha davvero fatto un ottimo lavoro dal punto di vista della tensione emotiva e dell'azione. Fury non è sicuramente "il miglior film di guerra degli ultimi 30 anni" come urlavano i trailer prima della sua uscita, ma sicuramente è un buon War Movie che, prendendo spunto qua e là all'interno della filmografia di guerra hollywodiana, merita ampiamente di essere visto.
Nelle sale dal 2 giugno.
Voto 8/10
Luca Cardarelli.


  

venerdì 29 maggio 2015

WARM BODIES DI JONATHAN LEVINE


Tratto dal Best-Seller di genere "Young-Adult" (un eufemismo per definire la generazione dei Bimbiminkia) scritto da Isaac Marion, WARM BODIES è una rivisitazione in chiave Romantic-Horror/Zombie/Postapocalittico dell'opera Shakespeareana "Romeo e Giulietta", in cui Romeo, qui chiamato "Solamente R" (Nicholas Hoult) è un morto vivente che possiede, al contrario di quasi tutti i suoi simili, una coscienza e in più parla anche abbastanza fluentemente, e vive in un aeroporto, e Giulietta, qui Julie (Teresa Palmer), è una ragazza che, sotto il comando del padre (John Malkovich), gira per la città in squadra con la sua migliore amica e il suo boyfriend Perry (Dave Franco) a caccia di Zombie per eliminarli. La vicenda ha inizio quando R uccide Perry e trae in salvo dagli Zombie Julie, portandola con sè su un aereo parcheggiato sulla pista dell'aeroporto.
Non deve trarre in inganno il fatto che la produzione di questo film sia la stessa della famigerata saga Vampiresca di Twilight. Warm Bodies è sì un film con un target simile a quello della suddetta saga, ma fornisce dei notevoli spunti di riflessione sull'evoluzione psicologica dei personaggi, sia che essi siano ancora vivi o già Zombie.


Il tutto è allietato da una colonna sonora che definire meravigliosa è poco. Ci sono veri e propri PEZZONI anni '80 come PATIENCE dei Guns N'Roses, MIDNIGHT CITY degli M83, HUNGRY HEART di Bruce Springsteen, e poi si ascolta anche una sempre magnifica SHELTER FROM THE STORM di Bob Dylan che provoca sempre la pelle d'oca.
Il film si dipana sul duplice livello Storia d'amore R-Julie/lotta tra umani e zombie, per poi fondersi in un tutt'uno nel più classico e zuccheroso degli happy ending possibili.


Un film divertente, romantico e anche un po' splatter, perchè non ci vogliamo far mancare proprio niente, che deve molto al romanzo da cui è tratto, ma anche al regista Jonathan Levine, che ci piace ricordare per l'ottima commedia drammatica 50/50 con Joseph Gordon Levitt, Hanna Kendrick e Seth Rogen.

       

lunedì 25 maggio 2015

MAD MAX - FURY ROAD DI GEORGE MILLER


In un futuro post-apocalittico la Terra è ridotta ad un arido deserto. In questo arido deserto, in fondo alla "Fury Road" sorge la Cittadella. Il popolo è ridotto alla fame e alla sete soggiogato dal cattivissimo tiranno Immortan Joe. Max, un ex poliziotto ossessionato dalla perdita della famiglia viene catturato dai Figli di guerra, l'esercito di Immortan Joe e usato come fonte di sangue per il quasi esanime Figlio di Guerra Nux. Nel frattempo l'imperatrice Furiosa,


una ex figlia di guerra, sta conducendo nel deserto una blindocisterna (una autocisterna corazzata) per andare a rifornirsi di carburante a Gas Town, con a bordo cinque donne sane e fertili, le Cinque Mogli, destinate a procreare eredi di Immortan Joe. Quando il tiranno scopre che il piano di Furiosa e scappare e portare le cinque mogli altrove, comunque lontano da lui, per dare un nuovo futuro all'umanità, sguinzaglia il suo esercito per fermare la sua fuga.


Ammettiamolo, di film come questo ne vorremmo uno alla settimana, così, giusto per scrollarci di dosso tutti i pensieri negativi e fare il pieno di adrenalina ed emozioni fino all'ultimo respiro. Mad Max - Fury Road è l'emblema di questo genere di film. Un inseguimento senza esclusione di colpi della durata (cinematografica) di due ore nelle quali succede di tutto. Trova spazio persino una storia d'amore. Si intuisce subito, sin dai titoli di testa, che quello a cui stiamo per assistere è un film epocale, degno erede dei suoi fratelli maggiori nati a cavallo tra gli anni '70 e gli '80, rimasti bene impressi nel cuore e nella mente di tutti noi. Titoli di testa che richiamano quella cultura Pulp di cui  è impregnatissima l'intera saga di Max, il nostro cavaliere solitario che solca le sabbie del deserto con il suo Interceptor.


E poi ancora la polvere, il sangue, le catene spezzate o da spezzare, gli scontri con improbabili veicoli simili ad Istrici con le ruote, Stravaganti chitarristi a dare la carica con riff di chitarra da cui escono fuoco e fiamme, e infine il tesoro rappresentato da delle spose di bianco vestite, protette da una parte da una imperatrice guerriera, una Charlize Theron quanto mai sopra le righe, col suo braccio monco con protesi bionica, la testa rasata, la pelle della fronte nera, dipinta col grasso a mo' di guerriero tribale, e dall'altra da Max (Tom Hardy), che di famiglia ne ha già persa una e non ci pensa nemmeno a dare in pasto ad un tiranno mostruoso, Immortan Joe (Hugh Keays Byrne), tanto ben di dio.

E poi c'è Nux (Nicholas Hoult). Passa da cacciatore a preda, si fa AMMIRARE per il suo coraggio, per la sua dedizione ed infine per il suo amore. Ammiratelo. Con quella sua battuta innesta brividi a profusione come, del resto, tutto l'inseguimento durante il quale l'intero film si snoda. Non ha bisogno di molto altro Mad Max - Fury Road per marchiare a fuoco la pelle dello spettatore amante di questo genere (ma anche quella degli agnostici). Questi film sono NECESSARI, sono l'essenza stessa del CINEMA. Come lo sono i vecchi film Western in cui i Cowboy guerreggiavano contro gli Indiani. Sostituiamo i cavalli con bolidi a due, tre, quattro, quante ruote volete e avrete esattamente MAD MAX - FURY ROAD. George Miller ha fatto centro anche stavolta. Dunque non erano ingiustificate le recensioni trionfalistiche provenienti dalla Croisette, dove il film è stato presentato come un divertentissimo Fuori Concorso in occasione del Festival del Cinema di Cannes.
Uno splendido e divertentissimo FRACASSONE PULP.
Voto 8/10
Luca Cardarelli






mercoledì 13 maggio 2015

QUEL DERBY DI CHAMPIONS DEL 2003. RICORDI DI GIOVENTU'

13 MAGGIO 2003: semifinale di ritorno di Champions league, Derby. Alle 15 di quel giorno recuperammo i biglietti e ci dirigemmo verso lo stadio io, Stefano e Lele (due miei amici fraterni). Belli carichi, partimmo da casa di Luvie, il nostro amico nerazzurro che si liberò del prezioso tagliando per soli 30 euro (quando fuori dallo stadio i bagarini chiedevano cifre mostruose) cacciando giù un urlo che fece vibrare i finestrini della mia cara, vecchia Renault Clio bordeaux che di lì a poco si sarebbe spenta definitivamente. Alle 15.30 eravamo già in piazza Axum. Ognuno di noi aveva portato un alcolico diverso. Io la birra, come al solito. Lele e Ste cocktails a base vodka. Avevamo pure un ottimo dessert... 
Al cancello dello stadio ci raggiunse Max. Non c'erano tornelli elettronici, tessere con chip e altre puttanate repressive che ci sono oggi. I ragazzi in coda con noi spinsero "educatamente" gli addetti ad aprire i cancelli alle 16.45. Entrammo tesi e carichi come soldati prima della battaglia decisiva. Le scale che ci separavano dagli spalti del secondo anello blu, quelli che una volta venivano gremiti da Fossa dei Leoni, Brigate Rossonere e relativi gruppi affiliati ad essi, le percorremmo a tre gradini alla volta. Non sentivamo la fatica. L'adrenalina cancellava ogni stanchezza. In cima alle scale ci dirigemmo diligentemente verso il "Gruppo Lucifero" come d'abitudine in quegli anni. Lo show del sempre scatenato "Scarface" a.k.a. "Faccia bruciata" (uno dei ragazzi del "Lucifero") ci intrattenne per una buona mezz'ora prima di dar fuoco alle polveri e iniziare a fremere per la partita dell'anno. Di fronte a noi la curva nord. Fischi e insulti reciproci. Il tempo sembrava non passare. Avevamo dei buoni rimedi naturali per non farci pesare l'attesa. Man mano che lo stadio si riempiva però sentivamo la tensione alzarsi sempre di più. Alle 20 ormai San Siro era colmo di gente. Un buon 75% era occupato da interisti, dovendosi giocare Inter - Milan. Ma noi della Curva Sud ci facevamo sentire eccome. La cosa ci esaltava ancora di più. Ci sentivamo un po' come Leoni in gabbia. Pronti a ruggire ed azzannare. Con gli occhi iniettati di sangue e carichi come delle molle. Ore 20.40. All'ingresso delle squadre entrambe le Curve, come dei Pavoni, esibirono la loro "Ruota" sotto forma di Coreografia. Strisce di plastica colorata dipinsero la Curva Sud con il simbolo della Città (la croce Rossa su sfondo Bianco) e la scritta MILANO.


Di fronte a noi, nella Curva Nord, un immenso telone che prendeva due anelli raffigurava un serpentone brutto e minaccioso. Poi gli intelligentoni dei Boys o dei Viking avevano scritto qualche cazzata accompagnatoria, tipo "Milano siamo noi" o altre amenità cui credono solo loro. Fischi e insulti. "MERDE!!!" è il più gettonato. "MERDE" è come noi li chiamiamo abitualmente, gli interisti. Loro fanno lo stesso con noi. Alternando questo con un altro epiteto: "Ebrei". Robe di curva. Poi comunque si è tutti amici e si va a bere insieme dopo la partita. Mica siamo a Roma dove si ammazzano ai derby, letteralmente. 
Comunque, il Milan schierava in porta Abbiati, che per l'occasione sostituiva un infortunato (o squalificato, non ricordo esattamente) Dida. Classica difesa con Maldini e Nesta centrali, Costacurta e Kaladze sulle fasce. A centrocampo il solito terzetto Gattuso Pirlo Seedorf con Rui Costa dietro le Punte, Inzaghi e Shevchenko. 
Dall'altra parte ricordo solo quell'infame di Materazzi tentò di uccidere il nostro numero 7 in diverse occasioni. Invano, fortunatamente.
Le squadre avevano paura di farsi del male e ne venne fuori una partita non proprio avvincente. La posta in palio era la finale di Manchester (contro la Juve che avrebbe, il giorno dopo, eliminato con un secco 3-1 a Torino i Blancos del Real Madrid). Al 40° del primo tempo Seedorf con un pallone filtrante serve Sheva che dalla sinistra entra in area, supera con un rimpallo Cordoba e in scivolata batte Toldo in uscita insaccando per lo 0-1. 


Stadio ammutolito, Curva Sud in delirio. Una selva di gesti dell'ombrello si alza al cielo. E il primo tempo finisce così. Grazie a questo gol, in virtù del regolamento UEFA, l'Inter per passare deve per forza vincere. Qualsiasi altro risultato qualificherebbe il Milan.
Il secondo tempo scorse lento come olio da una giara. Il Milan amministrava, l'Inter cercava di costruire qualche azione, ma il frangiflutti costituito da Nesta e Maldini era impenetrabile. Fino all'83°, quando il subentrato Obaoba Martins, un ragazzetto nigeriano non ancora ventenne, rimise in parità il risultato battendo Abbiati ed esibendosi nella sua caratteristica esultanza da acrobata circense, ricoperto da insulti di qualsiasi genere da parte nostra. 


Mancavano 7 minuti più recupero, quindi una decina in totale, forse qualcuno in più, comunque meno di 15. A me sembrarono dieci anni. I più lunghi dieci minuti della mia vita da Tifoso. Al 92° Kallon, un altro giovane nerazzurro, ha la palla buona per mandare in finale la sua squadra, ma la tira sul ginocchio benedetto di Abbiati uscito a valanga per salvare il risultato. 


UUUHHH si udì. Erano gli interisti che per un attimo avevano assaporato il dolce gusto della vittoria. Ma sarebbe stato come dare perle ai porci. E quindi niente, in finale ci andò il Milan (e sapete tutti come andò a finire) e tanti saluti, cari interisti. 
Dopo il triplice fischio, noi, che ormai eravamo in versione "Raduno annuale degli Alpini", ci liberammo di ogni paura cantando a squarciagola i classici cori post derby vinto, più uno creato ad hoc per l'occasione: E VOI RESTATE A MILANO E VOI RESTATE A MILANO E VOI RESTATE A MILANOOOO, A MANCHESTER NOI ANDIAM!!! (sulle note di "Perchè è un bravo ragazzo nessuno lo può negar"). Usciti dallo stadio, andammo a festeggiare la vittoria e a prendere per il culo i nostri amici dell'opposta fazione. Ma con simpatia, sempre. Ci mancherebbe.
Purtroppo oggi la situazione è ben diversa. Il Grande Milan non esiste più. La società si è ridicolizzata con operazioni discutibili sia sul piano gestionale che su quello prettamente sportivo e la squadra è un ammasso di mezzi giocatori ed eterne promesse (o presunte tali) che vive a metà classifica e non partecipa nessuna competizione europea. Risorgeremo, prima o poi. 
Sempre e Comunque Forza Vecchio Cuore Rossonero!!! 

martedì 21 aprile 2015

AVENGERS - AGE OF ULTRON DI JOSS WHEDON

Trovate questa recensione anche sul blog Theoscarface dell'amica Emanuela, con la quale collaboro.


Dopo aver digerito lo Shawarma ingurgitato di gusto, dopo aver messo a ferro e fuoco il mondo in Marvel's The Avengers e dopo lo scioglimento dello S.H.I.E.L.D. avvenuto in seguito allo scontro tra Captain America e Winter Soldier, i nostri Vendicatori si trovano cani sciolti a combattere contro l'Apocalisse che, in questo caso, è impersonata da Ultron (un programma informatico creato da Tony Stark con lo scopo di portare la pace perenne nel mondo) e un esercito di robot da esso dipendente. La creatura di Stark, prendendo coscienza della propria potenza, degenera: da semplice sistema operativo si evolve in personaggio d'acciaio e bulloni ed escogita un contro-piano di pace che prevede l'estinzione dell'intero genere umano.


La Marvel sforna il suo ennesimo Kolossal supereroistico (nel 2015 usciranno inoltre il nuovissimo Ant-Man e un nuovo reboot de I Fantastici 4) di cui si chiacchiera dal 2012, anno che ha visto sbancare ai botteghini di tutto il mondo il primo capitolo della Saga dei The Avengers con Iron Man/Robert Downey Jr (protagonista assoluto di altri tre film), Thor/Chris Hemsworth, Captain America/Chris Evans e Hulk/Mark Ruffalo (due film a testa per ognuno e, per quanto riguarda il Dio del Tuono e il primo Vendicatore, almeno un altro in fase di realizzazione), Black Widow/Scarlet Johansson e Occhio di Falco/Jeremy Renner, supervisionati da Nick Fury/Samuel L. Jackson. Squadra che vince non si cambia e quindi Joss Whedon torna a dirigerli dopo il primo episodio.


Questo capitolo, girato in parte in Italia, per la precisione a Bard in Val d'Aosta, dove è presente un maestoso forte medievale protagonista di numerose scene, è un concentrato di azione adrenalinica mista a momenti di riflessione da parte dei protagonisti. Si parte subito a mille all'ora con un inseguimento alla Fast & Furious che Whedon usa magistralmente per introdurre i personaggi con un sapiente mix di ralenty (mai abusato) e acrobazie mozzafiato. La prima mezz'ora tiene incollati alla poltrona, ed assistiamo anche all'introduzione di due "nuovi" personaggi: Quicksilver/Aaron Taylor-Johnson e Witch Scarlett/Elisabeth Olsen, alias Pietro e Wanda Maximoff, entrambi mutanti presi in prestito dall'altrettanto applaudita saga Marvel degli X-Men.


Dopodiché il ritmo sembra fermarsi di colpo (effettivamente 141 minuti con lo stesso elevatissimo andamento sarebbero stati eccessivi): Whedon vuole dare una parvenza di umanità ai tre personaggi forse più controversi della squadra dei Vendicatori e così scopriamo che Occhio Di Falco è un bravissimo e premurosissimo Padre di famiglia, con tanto di moglie e bambini, e che Hulk e Vedova nera vivono un rapporto ai limiti tra estrema amicizia e amore, in cui l'eroe verde riesce a controllare la sua rabbia solo in presenza della bellissima Natasha Romanoff. Ecco, forse qui Whedon esagerà un pochino nei convenevoli e nelle scene melodrammatiche con dialoghi a volte stucchevoli che, francamente, rischiano di annoiare. Anche perché il Cattivo, Ultron/James Spader, sta nel frattempo imperversando minacciando l'esistenza dell'intero genere umano.


C'è bisogno degli Avengers, il mondo chiede il loro aiuto. Ed eccoli finalmente, massici e inc...avolati (altrimenti poi chi lo sente l'integerrimo Steve Rogers???) scendere in campo con i nuovi due membri più un terzo, ovvero Visione (Paul Bettany), la versione buona di Ultron nonché suo figlio secondo la "legenda" dei personaggi Marvel.
La guerra è innanzitutto una guerra fatta di Virus e controvirus informatici (Stark qui l'ha veramente combinata grossa, mettendo a repentaglio il mondo col suo piano di pace). Chi avrà la meglio? Beh, è una domanda retorica. Ma, essendo questo un episodio di transizione (già si conosce il titolo e la data di uscita del terzo, diviso in due parti come si conviene oggi per una Trilogia), non bisogna mai dare le cose per scontate.


La parte finale di The Avengers - Age of Ultron va come un missile (come quella iniziale) ed assistiamo ad una battaglia ancora più infuocata ed adrenalinica di quella del primo film, caratterizzata da incredibili sequenze che faranno gridare "WOW" e che non hanno nulla da invidiare quanto ad esplosività ad un film di Michael Bay. Il divertimento abbraccerà lo spettatore anche grazie alle numerose gags disseminate lungo la pellicola, alcune delle quali veramente esilaranti, e non lo lascerà più fino alla fine, in cui però forse Whedon esagera col voler commuovere lo spettatore e nell'anticipare un telefonatissimo colpo di scena nei capitoli successivi con protagonista... Non ve lo diciamo! Guardate il film armati di popcorn e relative bevande gassate e godetevi lo spettacolo!
Nota dolente (ormai abbastanza ricorrente): la visione del film in 3D si rivela alquanto inutile, seppur non fastidiosa.
The Avengers - Age of Ultron sarà nelle sale dal 22 aprile.
Voto 8/10.
Luca Cardarelli