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mercoledì 15 aprile 2015

SHORT SKIN - I DOLORI DEL GIOVANE EDO DI DUCCIO CHIARINI


Short Skin, diretto dal poco più che esordiente livornese Duccio Chiarini, che finora aveva girato solo dei corti e un documentario dall'improbabile titolo "Hit the Road, Nonna", racconta le disavventure del giovane Edo (Matteo Creatini), adolescente toscano (costiera livornese) prossimo al grande salto dal carcere della scuola superiore al leggiadro e privo di vincoli mondo universitario. 
La vicenda prende in esame l'estate post maturità nella quale il nostro protagonista, tra un litigio con la sorella Olivia (Bianca Ceravolo) e uno con i genitori (Daniela - Bianca nappi e Robert - Michele Crestacci), passa le giornate a pescare o a prendere il sole in spiaggia con il suo miglior amico Arturo (Nicola Nocchi), il quale parla sempre e solo di una cosa: esatto, quella. Edo, che vorrebbe anch'egli smettere di usare le mani per passare al livello successivo, ha un segreto. 


A causa di una malformazione congenita al prepuzio, l'atto sessuale, di qualunque tipo esso sia, gli provoca inauditi dolori. Mentre i genitori erano a conoscenza del problema, ma pensavano che fosse stato risolto in età ancora infantile, nè l'amico Arturo, nè le ragazze che girano intorno ad Edo, in particolare Bianca (Francesca Agostini), la sua "amica" di Milano che ha sempre passato l'estate in maremma (e di cui Edo è segretamente innamorato), ed Elisabetta (Miriana Raschillà), una ragazza rimorchiata in spiaggia, immaginano che la sua timidezza e paura (che sfociano spesso nella malmostosità) nell'avere rapporti troppo intimi con il sesso opposto siano dovuti a quel problema. La soluzione sarebbe quella di operarsi, ma Edo ha paura sia del dolore fisico che l'operazione potrebbe comportare sia della reazione di genitori e amici di fronte a tale eventualità.


Short Skin, se proprio dobbiamo lanciarci in paragoni azzardati, potrebbe essere considerato un nuovo "Ovosodo", ma anche un "Boyhood" all'italiana, dove i pensieri e le paure di un ragazzo sono praticamente la sceneggiatura del film e dove i momenti di spensieratezza tardoadolescenziale si alternano in maniera molto regolare con quelli di riflessione "da adulti". Certo, il target è il pubblico pari età del protagonista, ma anche i più grandicelli, come il sottoscritto, potranno ricordare, guardando le immagini che scorrono in maniera molto piacevole e mai noiosa, quando si rapportarono con gli stessi problemi (magari non proprio gli stessi, ma tutti, più o meno, a quell'età, abbiamo dovuto superare degli ostacoli per raggiungere un qualche obiettivo, sia esso una ragazza corteggiata, sia esso qualsiasi altra cosa). Inoltre il film si propone di analizzare la fragilità e le debolezze del sesso maschile in maniera alternativa rispetto ai canoni classici dettati dagli stereotipi del machismo. 


Short Skin è un film che lascia con il sorriso sulle labbra, sebbene il percorso per arrivare a codesto sorriso è abbastanza tortuoso e pieno di piccole insidie. Il grande merito del regista è quello di far immedesimare lo spettatore con il protagonista, tant'è che ad ogni scoglio da egli superato corrisponde un sospiro di sollievo da parte di chi sta a guardare. 
Presentato alla 71esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2014 e alla 65esima  edizione del Festival del Cinema di Berlino (sezione Generation), Short Skin si avvale inoltre di una piacevole colonna sonora interamente curata dalla band indie rock dei Woodpigeon che, per stile, somigliano molto ai più famosi Arcade Fire che abbiamo apprezzato proprio nella colonna sonora del già citato "Boyhood". 
Dal 23 aprile nei cinema.
Voto: 7/10
Luca Cardarelli. 


martedì 14 aprile 2015

LE VACANZE DEL PICCOLO NICOLAS DI LAURENT TIRARD


Come poteva mancare il sequel di uno dei film francesi di maggior successo in ambito comico-familiare degli ultimi anni? Non poteva, e infatti, puntualissimo, anche se un po' in ritardo rispetto al solito (cinque anni dopo) arriva "Le vacanze del piccolo Nicolas", seguito di "Nicolas e i suoi genitori", entrambi tratti dalla serie di libri per l'infanzia intitolati "Le petit Nicolas" firmati Renè Goscinny & Jean-Jacques Sempé. 
Mentre nel primo film vedevamo Nicolas (Maxime Godart) e la banda di suoi compagni di scuola impegnati nell'impedire che arrivasse un/una temutissimo/a fratello/sorella minore a guastare l'idillio nel quale il ragazzino viveva insieme ai suoi sgangherati genitori (interpretati in entrambi gli episodi da Kad Merad e Valerie Lemercier), nel sequel ammiriamo Nicolas (non più interpretato da Godart, per motivi di età, ma da Mathéo Boisselier) in vacanza con i genitori e la nonna in una ridente e imprecisata località marittima francese. Nello stesso Hotel il papà di Nicolas incontra un suo vecchio compagno di classe, anch'egli in vacanza con moglie e la figlia Isabelle, coetanea di Nicolas. Ascoltandoli chiacchierare, la sua fervente immaginazione porta il piccolo Nicolas a convincersi che i genitori, di comune accordo con quelli della timida Isabelle, stiano combinando le nozze tra i due marmocchietti. Da qui scaturiscono numerose disavventure che movimentano sia le vacanze dei genitori che quelle di Nicolas, della sua "promessa sposa" Isabelle e della piccola gang di compagnucci di vacanza formatasi nel frattempo.


In uno scenario che sembra essere stato "rubato" da un film di Wes Anderson (colori accesissimi, musiche elegantemente anni '60 e un uso spropositato di inquadrature a macchina fissa, movimenti orizzontali a tentare enfatizzare la comicità delle gag, nonchè numerose scene in cui qualcuno scrive una lettera dettandosela mentalmente) Tirard prova a bissare il successo del primo episodio ma troppi sono gli strafalcioni in cui incappa sia la storia, che la produzione che la sceneggiatura del film. Innanzitutto non si capisce come non si sia pensato di trovare un Nicolas che fosse, non uguale, ma almeno somigliante al precedente: il primo aveva gli occhi azzurri, questo castani, il primo era paffutello (non eccessivamente, ma aveva delle belle guanciotte), questo era magrolino e col viso a V. Andando avanti, le gag proposte sono risultate poco incisive e molto meno comiche, per non dire assolutamente non riuscite: in tre parole, non fanno ridere. MAI. 


Questo film è in tutto e per tutto una fotocopia sbiaditissima del precedente episodio che ricordiamo essere divertentissimo in quasi ogni scena. Inoltre il film dovrebbe avere per protagonista "il piccolo Nicolas", che però compare veramente poco durante i 100 minuti di durata, quasi interamente impeganti dai litigi, fastidiosissimi, tra sua mamma e suo papà, per non parlare dei tentativi di quest'ultimo di tradirla con una sexy crucca. Per concludere, nota dolentissima, il cameo di Luca Zingaretti il quale interpreta un regista e produttore italiano impegnato nelle riprese del suo film nella stessa spiaggia dove Nicolas e i genitori passano le giornate. Abbigliamento da gerarca e comportamento da cafonazzo ci ricordano come i nostri vicini transalpini ci vedono e ci considerano.


Se già il film non è uno dei più riusciti, questo ulteriore ingrediente non fa che farcelo letteralmente detestare. Magari ai francesi potrà far ridere di gusto, ma a noi Italiani sicuramente no. 
Delusione totale. 
Nelle sale dal 16 aprile.
Voto: 4/10. 
Luca Cardarelli.   


mercoledì 8 aprile 2015

SE DIO VUOLE DI EDOARDO FALCONE



Stacchiamo per un attimo la spina dal cinema d'autore/indie che caratterizza gran parte delle anteprime milanesi (Fast and Furious 7 a parte) e rivolgiamo lo sguardo anche al cinema nostrano che, sebbene si sappia difendere anche sul versante autoriale, ultimamente ha offerto piacevoli commedie come "Ho ucciso Napoleone" e come, per l'appunto "Se Dio vuole", di cui scriviamo oggi.
Scritto (in collaborazione con Marco Martani) e diretto dall'esordiente Edoardo Falcone, Se Dio vuole ci presenta in maniera leggera e carica di Humor Romano l'annosa questione della religione contrapposta alla scienza. 


I due protagonisti, infatti, sono il bieco, più che benestante e ateissimo Cardiochirurgo Tommaso (un impettito Marco Giallini molto compreso del suo ruolo) e il sacerdote, ex galeotto, Don Pietro (un brillante Alessandro Gassmann sempre più simile nelle fattezze e nell'espressività all'indimenticato papà Vittorio). Il casus belli è costituito dalla decisione del figlio di Tommaso, Andrea (Enrico Oetiker) di entrare in seminario e abbandonare gli studi in medicina e tutte le prospettive di carriera dategli da Tanto padre. E le motivazioni di tale scelta sono riconducibili agli incontri che Andrea fa con Don Pietro in una specie di Teatro religioso in cui il sacerdote la fa da Mattatore, diffondendo la buona novella in maniera molto anticonvenzionale tra i suoi seguaci. Tommaso, venuto a conoscenza di tali incontri, inizia ad indagare sul sacerdote, soprattutto dopo aver saputo che questi ha un passato da delinquente. Le frequentazioni tra Don Pietro e Tommaso si faranno talmente assidue che i due diventeranno inseparabili, loro malgrado. La scelta di un ragazzo di farsi prete è usata intelligentemente per osservare il processo di maturazione del padre che passerà dalla completa negazione di un'entità ultraterrena che ci sorveglia e ci guida ad un'accettazione di tale entità quasi senza riserve. 


Se Dio vuole non sarà magari il film che rivoluzionerà il cinema italiano, vuoi perchè i temi trattati sono abbastanza triti e ritriti e il finale è prevedibile (anche se...), ma ha il pregio di essere stato scritto molto bene e, per una volta, la veste da fiction alla "Cesaroni" che molti film italiani sembrano avere incollata addosso, non si vede. Certo, i personaggi stereotipati come il Medico agnostico e ipermateriale (non vedo/non ci credo, d'altra parte si chiama Tommaso) e il prete simpaticone erede sfocato dell'ineguagliabile Don Camillo sono ben presenti, ma non sfociano mai nel ridicolo o nell'inverosimile. I personaggi di contorno, cioè la solita Laura Morante (la moglie di Tommaso, Carla) che fa la parte dell'esaurita, la domestica ispano-americana Xenia col grembiule marcato falce e martello, la svampitissima sorella di Andrea, Bianca (Ilaria Spada) e il suo fessacchiotto marito Gianni (Edoardo Pesce)  sono ben dosati e strappano un sacco di risate fragorose al pubblico. C'è anche spazio per la morale (quella non manca mai), e la colonna sonora di Carlo Virzì è impreziosita dalla presenza di De Gregori (che, lo ammetto, durante le prime strofe avevo scambiato per Jovanotti), un po' meno da quella di Gigi D'Alessio (ma era funzionale alla trama). Simpatici anche i rimandi a Don Matteo (Terence Hill), anch'essi funzionali alla trama e affatto ruffiani.
Un film vivamente consigliato, di cui il cinema italiano potrà andare fiero. 
Dal 9 aprile nelle sale.
Voto 7,5/10
Luca Cardarelli. 



giovedì 2 aprile 2015

HUMANDROID (CHAPPIE) DI NEILL BLOMKAMP

Questa recensione in anteprima è stata scritta dall'amico Luca Zanovello che abitualmente collabora con il sito throughtheblackhole.com, accreditato al mio posto per l'occasione . 



Tutti i veri fan della fantascienza attendevano “Chappie” col fiato sospeso, per capire che direzione avrebbe preso la carriera bipolare del regista sudafricano Neill Blomkamp. 
Il suo esordio (District 9) aveva fatto legittimamente gridare al miracolo, ma il successivo Elysium aveva fatto sorgere più di un dubbio sull’ipotesi che il filmmaker di Johannesburg potesse rappresentare un fulgido futuro del genere sci-fi.
Lo scenario del film è proprio la metropoli del regista, mentre il tempo è un futuro prossimo nel quale la polizia si avvale di rivoluzionari androidi per combattere la dilagante criminalità.


Il merito è del giovane scienziato Deon (Dev Patel, The Millionaire), capace di progettare evolutissimi soldati robot al servizio del governo sudafricano.
Parallelamente però, Deon sta ultimando in segreto degli studi supplementari, che potrebbero permettergli di conferire ai suoi “pargoli” una coscienza e un’abilità di apprendere molto simili a quelle umane, trasformando delle semplici macchine da guerra in ben più complesse entità senzienti.
Il primogenito di questo folle e rivoluzionario esperimento è Chappie, amabile androide che Deon vorrebbe plasmare con dedizione, come si fa con un bambino. 
Ma il violento clima di Johannesburg – alla mercè di feroci bande criminali e sleale concorrenza scientifica - corromperà tutto, anche le cose pure e indifese come Chappie.


A dispetto dell’agghiacciante traduzione del titolo made in Italy (Humandroid, alla gogna chi ha avuto questa brillante idea!), Chappie non può che dare una risposta positiva al dilemma che ci opprimeva nelle prime righe: Blomkamp risolleva asticella e credibilità con un racconto solidissimo, commovente ed entusiasmante, tenero quando serve ma incredibilmente spietato.
In una città caotica che emana malvagità, Chappie non rappresenta solo l’evoluzione scientifica e l’avvicinamento dell’animo umano al contenitore metallico (tema sempre e comunque caro alla tradizione fantascientifica), ma incarna quella scintilla di bene e di speranza che rischia di non germogliare e di essere spazzata via.


Lui è l’innocenza di un bambino o di un animale, e di rimando evidentissima icona da marketing (a proposito, esiste già l’action-figure?): un Robocop senza rancore, un Wall-E piantato sulla terra. E a volte, nelle appassionanti pieghe narrative del racconto, anche un trattato ambulante sull’importanza e sulla precarietà dell’esistenza.
Con una punta di retorica, vero, ma anche una dose perfetta di brutalità (come accadde in District 9), che non offre alibi alla recondita malvagità umana: se vogliamo, una rappresentazione dell’essenza stessa del nostro animo, potenzialmente e originariamente puro ma in bilico sul precipizio della corruzione.


Attorno al docile e spaurito protagonista si avvicendano personaggi in bilico tra giustezza e cliché, dal duo criminale Yolandi+Ninja (2/3 della band sudafricana Die Antwoord) all’opaco ingegnere Vincent (Hugh Jackman) passando per l’immancabile “esperta in materia” Sigourney Weaver.
Laddove il copione è prevedibile nei canoni del genere, Blomkamp compensa con ironia e qualche elemento all’insegna dell’autocompiacimento. La sua regia è matura e lucida, impreziosita da trovate visive meravigliose nei momenti d’azione e nell’estetica di robot e personaggi umani. Chappie è fantascienza di gran livello, stimolante nei pensieri e nei sensi, che lascia con un po’ di groppo in gola. E tanta voglia di action-figure.
Nei cinema dal 9 aprile.
Voto: 8/10
Luca Zanovello


martedì 31 marzo 2015

FAST AND FURIOUS 7 DI JAMES WAN


C'erano una volta un poliziotto infiltrato (Brian O'Conner/Paul Walker) e una banda di corridori clandestini (capitanati da Dominic Toretto/Vin Diesel) tutti macchine, motori e belle donne. Il loro obiettivo era quello di vincere le Race Wars in mezzo al deserto, aggiudicandosi il maggior numero di libretti di circolazione possibili. 
Dopo 15 anni il poliziotto infiltrato O'Conner è uno dei capetti della suddetta banda insieme a Dom Toretto, e l'obiettivo principale non è più lasciare a piedi gli avversari nelle suddette corse clandestine, ma vendicare (e pure qualcosina di più), la morte di compagni salutati precocemente durante la saga più tamarra che il cinema abbia mai conosciuto: FAST AND FURIOUS.


Dopo aver seguito le evoluzioni di Toretto e soci in giro per America, Giappone, Brasile e Gran Bretagna, il carrozzone guidato per l'occasione da James Wan (al suo esordio in un film dall'ossatura action, proveniente dal mondo Horror/Splatter - Saw e Insidious 1 e 2, tra gli altri) approda in Medio Oriente. Abbiamo Jason Statham che interpreta Deckard Shaw, fratello del defunto, nel sesto episodio della saga, Owen Shaw. Deckard, abilissimo nelle arti marziali e nel maneggiare ogni tipo di arma, dalla chiave inglese al Bazooka si mette sulle tracce di Dom Toretto e della "Famiglia" per vendicare la morte del caro fratello. Ma a sua volta Toretto, venuto a sapere che il caro vecchio Han (Sung Kang) è stato ammazzato dallo stesso Deckard Shaw, brama di vendicarsi a modo. Nel frattempo Hobbs (Dwayne Johnson), che è il primo a "conoscere" i pugni, i calci e le bombe a mano di Shaw, raduna i ragazzi, o meglio, li fa radunare per mano del fidato amico Frank Petty, un Kurt Russell in giacca e cravatta ma con l'anima da Stuntman Mike di Tarantiniana memoria.


Obiettivi: catturare Shaw e recuperare "L'occhio di Dio", un sofisticato software capace di crackare qualsiasi dispositivo (dalle telecamere a circuito chiuso alle fotocamere dei cellulari) per scovare i ricercati in qualsiasi parte del mondo essi si trovino. Inizia così un turbillon di inseguimenti, sparatorie, acrobazie e chi più ne ha più ne metta, che porta la banda in quel di Abu Dhabi dove succede qualsiasi cosa (se avete visto il trailer avrete già capito).


Spogliatevi di ogni possibile incredulità, toglietevi dalla faccia quel sorrisetto sarcastico proprio di chi pensa "puah, cinema di quart'ordine", sedetevi sulla poltrona del cinema, con una quintalata di popcorn e una litrata di Cocacola (il film durerà 2 ore e 20, ma fidatevi, non ve ne accorgerete) e sgranate gli occhi a più non posso gustandovi le sequenze più surreali ed esagerate che abbiate mai visto in un film dove i protagonisti sono tutti dei guidatori spericolati e per di più con le mani non le mandano a dire. Se a tutto questo aggiungete esplosioni degne dei film fracassoni alla Michel Bay, quello che otterrete è un film che chiede solo di essere guardato come un treno che passa viene visto da un bambino per la prima volta in vita sua.


L'adrenalina la fa da padrone, Gli ammiccamenti al cinema da "Grindhouse" sono numerosissimi: in particolare c'è la lunghissima sequenza dell'inseguimento tra le macchine della squadra di Toretto e O'Conner planate dal cielo (WTF grosso come una casa) e il pullman corazzato e armato come fosse un galeone dei pirati in cui viene citato evidentissimamente Grindhouse-Death Proof (per la gioia di chi scrive). Le evoluzioni che si ammirano nel trailer che circola già da un po' di tempo in rete e su tutte le reti televisive sono solo una piccola parte di quelle che ammirerete durante i 140 minuti di proiezione, e, volo tra un grattacielo e l'altro di Toretto e pulman in versione tapis roulant sotto i piedi di O'Conner a parte, ce ne sono moltissime altre che faranno gridare e ridere allo stesso tempo per quanto sono (volutamente) surreali ed esageratamente esagerate. Da questo punto di vista il film può benissimo essere considerato, oltre al migliore dell'intera saga, un vero e proprio capolavoro di quella categoria film che ci prendiamo l'onere e l'onore di coniare col termine di "WTFable" che mischia la natura "favolistica" delle vicende narrate all'esclamazione che chi scrive avrà urlato (silenziosamente) almeno una ventina di volte durante la proiezione.


Niente da dire nemmeno sul frenetico montaggio al servizio del fiume in piena rappresentato dagli eventi narrati, assecondato alla perfezione da una colonna sonora tutta Rap e musica elettronica che si alterna nei punti giusti con temi "suspance" degni dei classici film thriller action.
C'è anche spazio per la lacrimuccia, nei 10 minuti finali, grazie a parole e immagini tutte dedicate come, del resto, tutto il film, alla memoria di Paul Walker che ci ha tragicamente lasciati nel novembre 2013.
Toretto non vivrà più la vita un quarto di miglio alla volta, ma le sue gesta, come quelle di tutto il cast, divertono sempre di più gli appassionati, invogliando a seguirle anche chi di macchine e tamarrate non ha mai voluto saperne nulla, grazie all'ottimo mix tra corse e action operato da James Wan, preceduto in parte dal collega Justin Lin, che ha diretto ben quattro dei sei precedenti capitoli di questa divertente saga.
Correre o morire. 
Dal 2 aprile nei cinema.
Voto: 8/10.
Luca Cardarelli


  




lunedì 30 marzo 2015

A SECOND CHANCE DI SUSANNE BIER


Ci sono film che fanno male, sia a livello emotivo che, quasi, fisico. "A Second Chance" della regista danese già vincitrice di un Oscar al miglior film straniero nel 2011 per "In un Mondo migliore", Susanne Bier, è uno di questi.  
Al centro della vicenda due coppie di genitori: la prima, formata da Andreas e Anne (rispettivamente Nicolaj Coster-Waldau e Maria Bonnevie), che vivono bene, in una bella casa, lui poliziotto, lei casalinga, con il figlio neonato Alex. La seconda, formata da Tristan e Sanne (rispettivamente Nikolaj Lie Kaas e Lykke May Andersen), due tossici (ma di quelli pesanti) che vivono nella sporcizia e nel disagio, perennemente fatti di eroina, in un quartieraccio, con il figlio, anch'egli neonato, Sofus. Andreas conosce Tristan per averlo arrestato diverse volte. Tristan è solito picchiare Sanne, oltre che forzarla a drogarsi con lui. 
La tragedia avviene quando il piccolo Alex muore e ad Andreas viene la malsana idea di sostituirlo con Sofus, all'insaputa della moglie, infilandosi di nascosto in casa dei due tossici che, difatti, non si accorgono nè del rapimento nè della sostituzione. Pensano che Sofus sia morto. 
Nei piani di Andreas il delitto perfetto, ma a fin di bene, si sarebbe compiuto con l'arresto e la condanna di Tristan per maltrattamenti a moglie e figlio. Ma non tutto va come previsto, anzi assistiamo ad una catena di eventi tragici che porteranno la drammaticità della storia a livelli ancora più elevati.
L'atmosfera è cupa, il cielo grigio, i dialoghi al limite dell'isterismo, gli avvenimenti narrati fanno accapponare la pelle. Alcune scene, al pari delle situazioni che si vanno a creare, provocano addirittura conati di vomito. In confronto a questo film, "Trainspotting" e "The Broken Circle Breakdown (Alabama Monroe)" sono favole per bambini. 
Un film molto crudo che pone su uno sfondo sociale un indecifrabile psicodramma a tinte thriller che terrà incollati alla sedia fino alla fine e farà tirare un sospiro di sollievo con lo scorrere dei titoli di coda, non tanto per come finisce la storia, ma perchè, proprio, finisce. 
Pugno nello stomaco, ma non per questo sconsigliato, anzi.
Voto: 7,5/10.
Nei cinema dal 2 aprile.
Luca Cardarelli.



martedì 24 marzo 2015

LA FAMIGLIA BELIER DI ERIC LARTIGAU


A prima vista "La Famiglia Belier" sembra un innocuo e leggero filmetto francese, di quelli che si lasciano vedere e poi passano direttamente in quel lungo e buio corridoio della mente chiamato dimenticatoio: niente di più sbagliato.
"La Famiglia Belier", che ricorda vagamente nello stile "il Tempo delle mele" o, se vogliamo citare film un po' più recenti, "Little Miss Sunshine", ci parla della quattordicenne Paula, cresciuta in una famiglia contadina composta da papà, mamma e fratello tutti e tre sordomuti. Paula, essendo l'unica a parlare e sentire, è abituata a fare da intermediario tra i suoi e il mondo esterno. Riesce comunque a vivere una vita quasi normale andando a scuola, frequentando la sua migliore amica Mathilde e prendendosi una cotta per il belloccio e un po' tenebroso Gabriel, per il quale deciderà di iscriversi ad un corso di canto in cui scoprirà di avere una voce magnifica e che, grazie anche all'insistenza dell'insegnante di canto Fabien, le cambierà la vita.


Ci piace tornare ogni tanto a quell'età in cui il cuore batteva all'impazzata ed all'improvviso ci si catapultava in un mondo tutto nostro e che solo noi, pensavamo, potessimo capire fino in fondo. Ecco, La Famiglia Belier riesce a teletrasportarci vent'anni indietro, presentandoci però una ragazzina che conduce due vite in una: da adolescente (con quello che ne consegue) e da adulta (idem). Questo è un ottimo film "di formazione" che prende in esame quel periodo in cui si fanno le prime scelte "campali" e in cui si passa dall'essere bambini all'essere "quasi adulti", e cioè adolescenti. Ancora nè carne nè pesce, ma comunque più grandi e consapevoli della vita.


Tra gags che strappano più di un sorriso e scene più che commoventi, La Famiglia Belier intrattiene ma allo stesso tempo fa riflettere sulla condizione "particolare" di una ragazzina che contemporaneamente supporta e manda avanti un'altrettanto particolare famiglia ma vuole però anche vivere una tranquilla adolescenza senza questo peso sulle spalle. Peso che, volente o nolente, c'è e si fa sentire, soprattutto nel momento in cui questa ragazzina solare e piena di grinta decide che è il momento di cambiare. Un cambiamento che coinvolge tutti i componenti della Famiglia Belier, non solo Paula.


E bisogna giungere, come è prassi comune, a dei compromessi, anche se il modo per raggiungerli non è esattamente tra i più convenzionali, ma sicuramente risulta il più efficace di tutti.
Un film "primaverile", in senso lato. Sboccia la vita in primavera. E sboccerà anche Paula. E allo spettatore, anche al più "cuore di pietra" di tutti, scapperà più di una lacrimuccia sul finale.
Sorprendente.
Voto 7,5.
Nei cinema dal 26 marzo.