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lunedì 29 febbraio 2016

2016 ACADEMY AWARDS: AND THE OSCAR GOES TO...



Al Dolby Theatre di Los Angeles si è appena conclusa la cerimonia di premiazione degli Academy Awards presentata da un esplosivo (e alquanto ripetitivo sulla questione Oscar so White) Chris Rock. Mad Max: Fury Road si è aggiudicato il maggior numero di Statuette (sei), ma si tratta di premi prevalentemente "tecnici".
I veri trionfatori della serata sono Il caso Spotlight (Spotlight) che si porta a casa i premi per la miglior sceneggiatura originale e,  soprattutto, per il miglior film e Revenant - Redivivo (The Revenant) che si è aggiudicato le statuette per la  fotografia (Emmanuel Lubezki),  per la Regia (Alejandro Gonzalez Inarritu) e per il Miglior Attore Protagonista (finalmente Leo!!!).
Al Maestro Ennio Morricone, per The Hateful Eight, il premio per la Miglior Colonna Sonora.
Ecco, nel dettaglio, tutte le assegnazioni:  


- MIGLIOR FILM: IL CASO SPOTLIGHT (SPOTLIGHT) DI TOM MCCARTHY;

- MIGLIOR REGIA: ALEJANDRO GONZÁLEZ INÁRRITU PER REVENANT - REDIVIVO (THE REVENANT);

- MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA: LEONARDO DICAPRIO PER REVENANT - REDIVIVO (THE REVENANT);

- MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA: BRIE LARSON PER ROOM;

- MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: MARK RYLANCE PER IL PONTE DELLE SPIE (BRIDGE OF SPIES);

- MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA: ALICIA VIKANDER PER THE DANISH GIRL;

- MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE: TOM MCCARTHY E JOSH SINGER PER IL CASO SPOTLIGHT (SPOTLIGHT);

- MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: CHARLES RANDOLPH E ADAM MCKAY PER LA GRANDE SCOMMESSA (THE BIG SHORT);  

- MIGLIOR FILM STRANIERO: IL FIGLIO DI SAUL (SAUL FIA) DI LASZLO NEMES (UNGHERIA);

- MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE: INSIDE OUT DI PETE DOCTER E RONNIE DEL CARMEN;   

- MIGLIOR FOTOGRAFIA: EMMANUEL LUBEZKI PER  REVENANT - REDIVIVO (THE REVENANT);

- MIGLIOR SCENOGRAFIA: COLIN GIBSON E LISA THOMPSON PER MAD MAX: FURY ROAD;

- MIGLIOR MONTAGGIO: MARGARET SIXEL PER MAD MAX: FURY ROAD;

- MIGLIOR COLONNA SONORA: ENNIO MORRICONE PER THE HATEFUL EIGHT;

- MIGLIOR CANZONE: WRITINGS ON THE WALL DI JIMMY NAPES E SAM SMITH DA SPECTRE;

- MIGLIORI EFFETTI SPECIALI: MARK WILLIAMS ARDINGTON, SARA BENNETT, PAUL NORRIS E ANDREW WHITETHURST PER EX-MACHINA;

- MIGLIOR SONORO: CHRIS JENKINS, GREGG RUDLOFF E BEN OSMO PER MAD MAX: FURY ROAD

- MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: MARK MANGINI E DAVID WHITE PER MAD MAX: FURY ROAD;

- MIGLIORI COSTUMI: JENNY BEAVAN PER MAD MAX: FURY ROAD;

- MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURA: LESLEY VANDERWALT, ELKA WARDEGA E DAMIAN MARTIN PER MAD MAX: FURY ROAD;

- MIGLIOR DOCUMENTARIO: AMY DI ASIF KAPADIA;

- MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO: A GIRL IN THE RIVER: THE PRICE OF FORGIVENESS DI SHARMEEN OBAID - CHINOY;

- MIGLIOR CORTOMETRAGGIO: STUTTERER DI BENJAMIN CLEARY E SERENA ARMITAGE;

- MIGLIOR CORTOMETRAGGIO D'ANIMAZIONE: BEAR STORY DI GABRIEL OSORIO VARGAS;


mercoledì 24 febbraio 2016

TIRAMISÙ, QUATTRO CHIACCHIERE CON FABIO DE LUIGI E VITTORIA PUCCINI


Durante il breve incontro con la stampa in vista dell'imminente uscita di TIRAMISÙ, il regista e sceneggiatore Fabio De Luigi, qui al suo esordio, accompagnato per l'occasione dalla co-protagonista del film Vittoria Puccini, ci ha raccontato, tra le altre cose, come è stato passare alternativamente da davanti a dietro la Macchina da presa e di cosa ci vuole raccontare con questa sua pellicola. Ecco come è andata. 
Quella che leggerete è una breve intervista collettiva che ha visto la partecipazione alternata di diversi  altri blogger (che ringrazio) oltre a quella di chi scrive.

Fabio, da esordiente, c'è qualcosa che ti ha ispirato per la scrittura e la direzione di Tiramisù, o è nato tutto da te?

No, ispirazioni particolari non ne ho avute, Tiramisù mi è nato dentro e poi, man mano che procedevo con la scrittura, le idee venivano fuori quasi da sole, in maniera molto naturale. Mi premeva innanzitutto fare le cose per bene. Qualcuno, non ricordo bene chi, diceva che "a far bene o a far male qualcosa si impiega lo stesso tempo". Tanto vale, dunque, cercare di farla bene, no? (ride). L'attenzione io ce l'ho messa: più di così non avrei saputo fare.

Da cosa è nata la decisione di sceglier Vittoria Puccini come tua partner nel film?

- Vittoria, nel frattempo, ruba il microfono a Fabio e risponde al suo posto - Mi sono imposta io! Gli ho detto "O scegli me, o finisce male" (ride).
Fabio aggiunge: Esatto, è andata così. Scherzi a parte, lei era quella che meglio si adattava al ruolo alla parte di Aurora, personaggio dolce e sobrio ma allo stesso tempo risoluto e tutto d'un pezzo.

Vittoria, come ti sei trovata "diretta" da fabio?

Bene, perché Fabio, in quello che fa, ci mette molta passione. Sia come artista, come regista, come attore... 

Fabio, come ti è venuta in mente l'idea del tiramisù?

Mi piaceva il fatto che un dolce così semplice potesse cambiare la vita ad una persona destinata, altrimenti, a continui fallimenti, sia in campo lavorativo, che affettivo. Il dolce lo tira su, ma lo tira anche giù, come vedrete nel film.

Fabio, come è stato "dirigersi"? Quali differenze hai trovato rispetto alla tua esperienza da semplice attore, diretto da qualcun altro?

Devo dire che ho corso tantissimo!!! Ma allo stesso tempo mi sono preso anche tutto il tempo necessario per riflettere su come poter soddisfare sia me, che sono molto pignolo in tutto, che coloro i quali hanno deciso di fidarsi ciecamente di me. Io sono l'attore che mi ha fatto più penare, comunque. Fortunatamente avevo al mio fianco dei validi aiutanti, non solo in campo registico, che mi hanno reso tutto più facile. (al che Vittoria fa un cenno di conferma).

Vittoria, solitamente ti vengono affidati ruoli molto drammatici. Anche in un film scanzonato come Tiramisù hai impersonato il personaggio forse più serioso e meno comico tra tutti... 

- Vittoria mi risponde interrompendomi durante la formulazione della domanda - Sì, ma io mi diverto a partecipare alle commedie e ringrazio Fabio che me ne ha data l'opportunità. Infatti Aurora, all'interno di questa divertente commedia, è forse il personaggio maggiormente drammatico tra tutti. Personaggio che, comunque, mi calza a pennello, anche in forza alle mie precedenti esperienze in veste di attrice drammatica. Sono felice di questa opportunità perché a me piace molto sperimentare, e mi piace il fatto che Fabio abbia affrontato una sorta di scommessa affidandomi un ruolo per me così nuovo e inconsueto. 

Luca Cardarelli 





TIRAMISÙ DI FABIO DE LUIGI


Esordio da regista per FABIO DE LUIGI che in Tiramisù compare anche in veste di sceneggiatore e protagonista. Al suo fianco la bella (e brava) VITTORIA PUCCINI che interpreta Aurora, la moglie di Antonio, un maldestro e inconcludente rappresentante di articoli medico-sanitari (garze e cerotti) sull'orlo del licenziamento. Un giorno però la vita di Antonio cambia: Aurora gli chiede di portare un tiramisù fatto con le sue mani alla Caritas. Antonio, invece di portare il dolce a destinazione, lo lascia sul tavolo di un medico durante un incontro di lavoro. Grazie a quel tiramisù, buonissimo, Antonio riuscirà a vendere la sua merce a quel medico, rimasto estasiato dopo averlo assaggiato e inizierà quindi a corrompere molti altri medici scalando rapidamente le posizioni societarie fino ad ottenere un posto di prestigio nella sua azienda ma, allo stesso tempo, vedrà iniziare a scricchiolare la sua vita sentimentale con Aurora e, rocambolescamente, tenterà di porvi rimedio.


Tiramisù è un film semplice che si fonda su una storia non certamente originale, per non dire già vista, e per questo non fa molta presa sullo spettatore che, già dai primi minuti di pellicola, immagina come si dipanerà la matassa. Risultano tuttavia divertenti i diversi sketch che vedono protagonista Fabio De luigi duettare con Angelo Duro che nel film interpreta Franco, il fratello di Aurora, con Bebo Storti, il suo capo Mannini, e con Giovanni Esposito (il Dottor Massimo). Ma è troppo poco, il film appare come una copia sbiadita delle commedie di Alessandro Genovesi alle quali De Luigi, per altro, ha partecipato in veste di attore, interpretando sempre lo stesso identico ruolo. 


Buona prova per Vittoria Puccini che però non salva il film (così come i cameo di Pippo Franco e del Baffo della Birra Moretti, Orso Maria Guerrini), anzi, finisce con tutti nel vortice di negatività che pare risucchiare l'intera pellicola. Il finale, poi, è assai deludente per quanto paia poco curato, affrettato e prevedibilissimo. Sembra quasi che si avesse una voglia matta di chiudere baracca e burattini e andare tutti a casa. Il fatto che fosse l'esordio per De Luigi alla regia attenua, ma solo in parte, le sue colpe. 
Uscita prevista per il 25 febbraio.
Voto: 5-/10
Luca Cardarelli





mercoledì 17 febbraio 2016

ONDA SU ONDA DI ROCCO PAPALEO


Rocco Papaleo, dopo averci dipinto gioie e dolori dell'Italia del Sud con Basilicata Coast to Coast e Una piccola impresa Meridionale, sbarca in Sud America, a Montevideo, Uruguay, con questa commedia dal sapore dolce e amaro allo stesso tempo con cui ci racconta la disavventura di Gegè  Cristofori, interpretato da Papaleo stesso, un cantante folk caduto in disgrazia che, a distanza di trent'anni, viene richiamato ad un ritorno sulle scene uruguayane da una donna che, pur di rivederlo sul palco, si dice disposta a pagargli un lauto cachet oltre che vitto e alloggio per tutta la durata del soggiorno. Accolto a Montevideo dalla giovane Manager Gilda Mandarino (Luz Cipriota), dopo un lunghissimo viaggio su una nave merci e senza voce a causa di un dispetto dello stacanovista cuoco di bordo Ruggero (Alessandro Gassman), decide di farsi sostituire proprio da quest'ultimo, costringendolo a seguirlo a terra e dando inizio ad un infinita serie di equivoci e situazioni impreviste e paradossali.


Chissà se Papaleo con questa sua traversata oceanica abbia voluto rendere omaggio alla Nazionale di Calcio Italiana che, nel 1950, si recò in Brasile per i Mondiali non in aereo ma, ancora scioccata dalla Tragedia di Superga, in nave. Fatto sta che a noi l'ha ricordata e ci piace revocare anche questi avvenimenti storici parlando di un film che, alla fine, ci riporta indietro nel tempo, a quando gli italiani cercavano fortuna (o semplicemente la sopravvivenza) trasferendosi in Sud America, terra ricca di opportunità e in forte crescita industriale.


Ma a Gegè va tutto male, o quasi. E, come ogni italiano che si rispetti, cerca di metterci una toppa e rimediare alla meno peggio. Onda su Onda è il classico film on the road, ma alla Nostra maniera. La coppia Papaleo-Gassman si conferma affiatatissima e divertente e quel tocco di ingenuità e freschezza data dalla esordiente (per il cinema italiano) Luz Cipriota non fa che accrescere la godibilità di un film che fa quel che deve fare: intrattiene e fa riflettere. Mette di buon umore e nello stesso tempo commuove.


Papaleo e Gassman si fanno archetipi dell'uomo solo e solitario che trova sempre un modo per andare avanti e affrontare le disavventure sfrontatamente, quasi come se non gli importasse nulla del risultato finale perché l'importante è provarci. E questo cambia profondamente la vita di tutti. Di Ruggero, di Gegè e anche di persone terze (Gilda Mandarino)  della cui esistenza, prima di questo viaggio affascinante, ma anche ricco di insidie nascoste, i nostri protagonisti non erano nemmeno a conoscenza.
Buon ritmo, idea di fondo sicuramente non originale ma nemmeno banale, buono sviluppo della storia e ottima alternanza tra comicità e momenti di introspezione e riflessione da parte di tutti i personaggi, accuratamente scritti e messi in scena.


Ci sentiamo di promuovere questa commedia perché è anche grazie a film come questo che il cinema italiano può sperare di andare avanti.
Uscita prevista per il 18 febbraio.
Voto: 8/10.
Luca Cardarelli




lunedì 15 febbraio 2016

ZOOTROPOLIS DI BYRON HOWARD E RICH MOORE (WALT DISNEY ANIMATION STUDIOS)


Il Cinquantacinquesimo film d'animazione targato Disney Animation, dopo i grandissimi successi di Frozen (2013) e Big Hero 6 (2014), ci porta in un mondo interamente abitato da animali, Prede e Predatori, la cui città principale si chiama Zootropolis. Judy Hopps, una coniglietta nata e cresciuta in campagna in una famiglia di contadini, non vuole assolutamente seguire le orme dei genitori in quanto sogna di diventare la prima coniglietta Poliziotto della storia di Zootropolis. 
Centrato l'obiettivo di entrare in polizia, Judy viene però relegata alla mansione di ausiliare del traffico perché il Capitano Bogo non crede possa fare altro date le sue minute dimensioni. 
Ben presto però il Capitano dovrà ricredersi in quanto Judy, con l'aiuto della Volpe Nick Wilde,  un civile che vive di espedienti, l'aiuterà a risolvere un caso molto spinoso che affligge la città di Zootropolis.


Promosso da un accattivante e ridereccio Trailer, Zootropolis è un piacevole film infarcito dei più classici messaggi etici-morali, tipici dei film Disney destinati ad un pubblico poco più che infantile (credere in se stessi, non accontentarsi mai, non discriminare il "diverso" e chi più ne ha più ne metta), ma con in più anche una potente critica ai media (su tutti la strategia della "paura", facilmente assimilabile alla nostra società relativamente alle polemiche scaturite da problemi come immigrazione e terrorismo) e una forte dose di citazionismo spinto dedicato ai più grandicelli (fa un po' impressione vedere citati in maniera più che dettagliata, tra gli altri, una Crime serie come Breaking Bad e un Gangster Movie del calibro de Il Padrino in un film, tutto sommato, per bambini).


Zootropolis fa ridere, commuovere e apprezzare molto la sua componente Action. 
Un film che piacerà in egual misura ai più piccoli e ai loro accompagnatori adulti. 
Uscita prevista per il 18 febbraio.
Voto 8/10



   


venerdì 12 febbraio 2016

POINT BREAK DI ERICSON CORE


I remake cinematografici degli ultimi anni si dividono in due categorie: quelli inutili ma fatti bene e quelli inutili e fatti male. A quale categoria apparterrà il nuovo Point Break, diretto e fotografato da Ericson Core (direttore della fotografia anche nel primo Fast and Furious e in Daredevil, sì, proprio quello con Ben Affleck)? Scopriamolo insieme.
Pedissequamente alla trama dell'originale Point Break - Punto di rottura diretto da Kathryn Bigelow, il nuovo Point Break parla di Johnny Utah/Luke Bracey, ex atleta di sport estremi. Arruolatosi nell'FBI dopo aver mollato la carriera sportiva, Utah viene infiltrato in una banda di ragazzi (comandati da Bodhi/Edgar Ramirez) che, oltre ad essere degli scavezzacollo come lo era lui, sono anche dei rapinatori ed ecoterroristi


Sebbene siano apprezzabili alcune sequenze che ritraggono scalate di montagne impossibili, surfate di onde anomale e lanci nel vuoto in tute da scoiattoli volanti, il film è veramente debole sia dal punto di vista narrativo che dal punto di vista dei dialoghi, rasentando il ridicolo in alcuni punti per i quali l'imbarazzo da parte di chi guarda si fa mastodontico e foriero di numerosi Facepalm che nemmeno in un film marchiato the Asylum... (Almeno quelli dell'Asylum sono consapevoli di offrire supercazzole ridicole che fanno del WTF il loro punto di forza, ma questi di Point Break ci credono veramente!!!). 


La vetta suprema del WTF questo film la raggiunge con la scena che, secondo il regista, avrebbe dovuto rievocare l'ultima scena di Point Break in cui Keanu Reeves lascia a Patrick Swayze la libertà di sfracellarsi su uno Tsunami gigantesco. I protagonisti sono su una barca, il mare è tipo a forza 10 e la barca non solo non si cappotta in balia delle onde, ma i due, in perfetto equilibrio, nemmeno sembrano bagnarsi (oltre al mare in burrasca, è in corso anche un temporalone di quelli formato famiglia). 
Come se non bastasse, la risoluzione grafica di questa scena è al livello di un film amatoriale girato con una videocamerina palmare e montato su uno sfondo creato al pc con movie-maker
Pessimo. Avete capito ora in quale delle due categorie di cui sopra rientra il nuovo, sfavillante Point Break
Voto: 4/10
Luca Cardarelli




giovedì 11 febbraio 2016

PERFETTI SCONOSCIUTI: DUE CHIACCHIERE CON PAOLO GENOVESE



In vista dell'uscita di Perfetti Sconosciuti, prevista per l'11 febbraio, abbiamo incontrato il Regista romano Paolo Genovese per scambiare 'na chiacchiera (come l'ha definita egli stesso) sul film e sul cinema in generale, finendo anche col parlare di come la tecnologia al giorno d'oggi abbia completamente cambiato la vita di tutti noi, sia in negativo che in positivo. Buona lettura.

Perfetti Sconosciuti è un film che induce ad una profonda riflessione su temi molto importanti quali l'accettazione di se stessi, del prossimo, l'omosessualità, l'omofobia e, infine, la fiducia riposta ciecamente nel partner e da questo mal ripagata. La definiresti una commedia a tinte drammatiche o un dramma mascherato da commedia?

Io penso che, negli anni, si sia un po' perso il vero significato del termine commedia. Sento spesso, come hai appena fatto tu, unire questo termine all'aggettivo drammatica. Quello che vorrei che tutti capissero è che la commedia vera ha anche il dramma al suo interno, sempre. Prendiamo classici del cinema italiano come La Grande Guerra e Il Sorpasso: sono commedie, no? Però alla fine i protagonisti muoiono. Quindi l'elemento drammatico è strapresente, insito nel concetto di Commedia stesso. Definire Perfetti Sconosciuti una commedia dovrebbe bastare, in quanto ogni commedia, di per se, ha al suo interno risvolti anche drammatici.

E infatti, parlando proprio degli sviluppi delle vicende di questo film, l'emozione che più avvolgerà l'animo degli spettatori sarà l'angoscia...

È un po' questo, infatti, il senso della commedia: la sua grandezza sta nel fatto che, come un Cavallo di Troia, entra inoffensiva nell'animo dello spettatore per poi esplodergli dentro come un virus. E questo le riesce molto facilmente in quanto, al contrario del cinema d'autore, la commedia è qualcosa di molto popolare, accettata di buon grado da un pubblico molto vasto e, proprio per questo, diventa un ottimo mezzo per diffondere messaggi anche profondi ad un maggior numero di persone. Film come  La vita è bella o Train de vie trattano entrambi un argomento gravoso come la deportazione degli ebrei e la Shoah in una maniera tale da essere accettata da un pubblico molto vasto, portandolo a riflettere e risultando più efficaci in ciò rispetto a tanti altri film che trattano gli stessi argomenti in maniera però più seriosa e austera.

Cambiamo totalmente argomento, analizzando dal punto di vista tecnico Perfetti Sconosciuti. Questo è un film girato quasi interamente in un ambiente chiuso, in questo caso un appartamento. Quante difficoltà ha comportato rispetto ad altri film girati anche in esterni?

Molte, ad essere sinceri. Girare un film in interni equivale a cucinare un piatto con pochissimi ingredienti a disposizione. In questo caso l'unico ingrediente è costituito dalla storia che si cerca di raccontare. Se la storia non funziona, il film risulterà essere mortale! Girare in esterni fornisce, drammaturgicamente parlando, molte più possibilità narrative: hai a disposizione gli spazi, diversità di location, musiche, panorami, ampiezza, che sono tutti elementi con cui puoi accompagnare la tua narrazione. Nello spazio chiuso, invece, il testo è l'elemento principale e la regia ne deve seguire le emozioni senza potersi distaccare troppo dai personaggi. Quando sento dire, però, che Perfetti Sconosciuti è un film teatrale mi vengono i brividi. Secondo me questa definizione tradisce un'analisi molto superficiale del film. La teatralità non è data dal fatto che il film sia girato in un ambiente chiuso. C'è una differenza sostanziale tra la messa in scena teatrale e quella cinematografica: a teatro tu, spettatore, sei di fronte ad una totalità e volgi lo sguardo verso ciò che tu decidi di seguire. Nel cinema invece sono io, regista, che ti impongo cosa guardare. Il teatro è il tutto. Il cinema è una parte del tutto. E sono io, regista, a selezionarla ed offrirtela.

Parlando dei personaggi, qual è stato quello più difficile da scrivere e portare in scena?

Sicuramente Lele, interpretato da Valerio Mastandrea, non tanto per il personaggio in sé, ma per le tematiche che va a toccare. Insieme a quello di Cosimo (Edorardo Leo).  Il tema andato a sviluppare con questi personaggi, l'omofobia, è infatti uno dei più delicati, se non il più delicato in assoluto: una parola più, o una in meno, e tutti ti punteranno il dito contro. Un altro problema derivante dallo sviluppo di questo tema è inoltre che è molto facile scadere nella banalità o nella scontatezza, e sono molto contento di averlo trattato in maniera originale come vedrete nel film.

E il gioco del cellulare? Da dove è partita questa idea? 

Sono ormai vent'anni che il cellulare è diventato qualcosa di molto simile ad un organo vitale, del quale la gente sembra non riuscire a fare a meno. Nel momento in cui ho deciso di fare questo film, che parla della vita segreta delle persone, ho pensato che mai nessuno aveva deciso di trattare quell'argomento partendo da uno spunto del genere: il cellulare visto come una scatola nera che, una volta aperta, produce effetti devastanti come il leggendario Vaso di Pandora.

Ultima domanda: se potessi, torneresti ai tempi in cui il cellulare non esisteva, o non era così tanto invadenti?

Premettendo che io, orgogliosamente, faccio parte della "generazione dei citofoni" (che ora sembra non esistere più), no, non tornerei indietro. Perché comunque il cellulare è uno strumento utilissimo, a meno che non se ne faccia un uso patologico. Indubbiamente quest'oggetto ci ha cambiato la vita, ci ha interconnessi con il mondo, tramite il web e i social networks. Il mio film non va contro queste cose. Se uno si limita ad un utilizzo fisiologico, il cellulare non gli potrà mai creare problemi.
Però ho notato una cosa non molto bella riguardo le relazioni sentimentali: oggi ci conosciamo, ci corteggiamo, ci seduciamo attraverso i social e i servizi di instant messaging. Trovo che sia una cosa tremenda perché in questo modo tagliamo fuori una parte della nostra personalità e della nostra umanità, annullandola quasi attraverso uno schermo. Osservando i miei figli che chattano sempre con le loro fidanzatine, mi sono reso conto che non arrossiscono più, non tremano più, non abbassano più lo sguardo in preda alla timidezza. Tutto ciò avviene perché davanti non hanno una persona in carne e ossa, ma uno schermo. La timidezza è una risorsa per me importante e purtroppo sta scomparendo a causa di questo nuovo modo di comunicare. È una cosa su cui riflettere e anche tanto.


Vi ricordiamo che per sostenere il cinema italiano bisogna andare al cinema. Quindi, correte a vedere Perfetti Sconosciuti perché è un film che merita di essere visto per come riesca ad condensare in soli 97 minuti un numero così alto di risate e riflessioni profonde.
Luca Cardarelli.