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domenica 8 settembre 2019

TRILOGIA THE HANGOVER (UNA NOTTE DA LEONI) DI TODD PHILLIPS


In occasione del compimento dei 10 anni del film "Una notte da leoni", che inaugurò la fortunata omonima trilogia, diretto e co-prodotto da Todd Phillips, mi cimenterò nell'esporre una mia personale analisi di tutti e tre gli episodi, prendendo in esame trame, personaggi e aspetti tecnici di ognuno di essi. Affronterò questo cammino sia per quanto sopra riportato, ovvero il decimo compleanno del primo episodio, sia per approfittare del momento, visto che Todd Phillips è reduce dall'incredibile successo di critica e pubblico riportato a Venezia grazie al suo ultimo lavoro, Joker, con Joaquin Phoenix. Prima di addentrarci nelle avventure del Wolfpack (in Italia tradotto con "i Leoni"), è bene sottolineare come Todd Phillips, prima di The Hangover, avesse diretto solo documentari musicali o di stretta attualità, e tre lungometraggi comici come "Road Trip" (2000) "Old School" (2003) e "Starsky & Hutch" (2004).


Il regista Newyorkese ritorna dopo cinque anni di pausa dietro la macchina da presa per dirigere, su soggetto e sceneggiatura scritti da Jon Lucas e Scott More (già sceneggiatori di "14 anni vergine" e "La rivolta delle ex"), il quartetto formato da Bradley Cooper (Phil), Ed Helms (Stu), Justin Bartha (Doug) e Zack Galifianakis (Alan), ignaro che il film che stava per girare sarebbe diventato un cult come pochi altri e soprattutto il primo capitolo di una trilogia comica con pochi eguali nella storia, sia a livello di comicità in sé, sia a livello di incassi. 


L'idea di base, ovvero l'addio al celibato, sebbene non fosse tra le più originali, venne elaborata talmente bene e in maniera talmente geniale, da rendere il film accattivante e pieno di colpi di scena dall'inizio alla fine. Una notte da Leoni racconta le disavventure dei quattro leoni sopra menzionati che, in occasione dell'addio al celibato di Doug, sotto l'effetto di alcol e rufilin (la droga dello stupro), mettono a ferro e fuoco Las Vegas, scontrandosi con spacciatori, criminali internazionali, spogliarelliste, un sequestro di persona e persino Mike Tyson, incredibile guest star che ritroveremo anche nel secondo episodio, per poi dimenticarsi tutto al risveglio in Hotel. E il film si sviluppa proprio in funzione del tentativo dei protagonisti di ricostruire i fatti che li hanno portati a svegliarsi in una suite costosissima del Caesar Palace completamente devastata, con un neonato nello sgabuzzino, una tigre enorme nel bagno e Doug, lo sposo, scomparso nel nulla. Phil, Stu e Alan, personaggio al quale vanno attribuite le maggiori responsabilità su quanto accaduto, gireranno per Las Vegas scoprendo cose raccapriccianti, tra Ospedali, commissariati di polizia e cappelle per matrimoni improvvisati. Inoltre faranno la conoscenza di Mr. Chow (Ken Jeong) (altra calamità umana). 


Ma se quello che si vede nel primo episodio può essere già definito assurdo, ancora più assurdo sarà quello che vedremo nel secondo episodio, datato 2011. Stavolta abbiamo Stu che, interrotta la releazione con la a dir poco dispotica Melissa (Rachel Harris), è in procinto di sposarsi in Thailandia con Lauren (Jamie Chung) figlia del quotatissimo chirurgo Fong (Nirut Sirichanya) il quale non vede di buon occhio il futuro genero, considerandolo un mediocre (e il fatto che sia un dentista acuisce il disprezzo nei suoi confronti). Di addii al celibato Stu non en vuole sapere, dato che durante l'ultimo a cui aveva partecipato si era trovato senza un dente e sposato con una spogliarellista di Las Vegas e per di più drogato a sua insaputa. Quindi si limita a invitare Phil e Doug (a proposito, poi l'avevano ritrovato e il matrimonio con Tracy non saltò, per fortuna) al matrimonio, precisando di non aver invitato Alan per i motivi sopra elencati. Ma Tracy spinge il marito Doug a convincere Stu a invitarlo, ricomponendo nuovamente il Wolfpack.


Continente diverso, ma situazione identica: dopo una bella cena organizzata dalla famiglia della sposa la sera di vigilia del matrimonio, i quattro leoni, con l'aggiunta di Teddy (Mason Lee), il fratello di Lauren, studente modello a Stanford e violoncellista in erba (il cocco di papà, insomma), unitosi ai quattro per il viaggio dall'America, si radunano sulla spiaggia per un falò a base di birre (ancora sigillate, per far star tranquillo Stu) e marshmallows. Il risveglio sarà ancora più traumatico di quello di Las Vegas: Bangkok, camera di Hotel lercia, afa incredibile, una scimmietta che zompetta ovunque, Phil, Alan e Stu rintronatissimi. Stu si risveglia con il tatuaggio di Mike Tyson in faccia, viene trovato un dito di Teddy in un bicchiere, Teddy ovviamente non è in stanza con i tre (Doug è tranquillo a bordo piscina della location del matrimonio a fare colazione) e, dopo poco scopriranno che con loro vi è anche Mr. Chow che, contattato da Alan nottetempo li aveva raggiunti in motoscafo e portati a Bangkock e che, di lì a poco, andrà in arresto cardiaco per una "botta" di cocaina andatagli di traverso. 


Creduto morto, Chow verrà sistemato nella macchina del ghiaccio all'ultimo piano del fatiscente palazzo. Troviamo, dunque, ancora Phil, Stu e Alan alla ricerca di una persona scomparsa, Teddy, con la memoria totalmente cancellata su quanto accaduto durante la notte appena trascorsa (dapprima Alan negherà, ma poi ammetterà di aver "manomesso" i marshmallows, con l'intento di far sballare Teddy, colpevole, a suo dire, di essersi messo al centro dell'attenzione, oscurando così la sua figura di "mascotte" incontrastata fino ad allora. Le cose che scopriranno durante la giornata saranno talmente sconvolgenti da far pensare che su di loro qualcuno abbia scagliato una maledizione. Infatti avranno a che fare con un monaco buddista totalmente muto per via del suo voto di silenzio, una spogliarellista transgender (Stu, allora è un vizio!!!), un venditore di armi, un'organizzazione internazionale dedita al traffico di droga (e per poco Phil non ci lascia le penne) e, ovviamente, un agente dell'Interpol, Mr. Kingsley (Paul Giamatti) il quale agisce sotto le mentite spoglie di un narcotrafficante internazionale. 


Infine, nel terzo episodio, non si parla di addii al celibato o matrimoni imminenti, ma assistiamo alle conseguenze delle azioni del Wolfpack compiute (o subite) nei primi due capitoli e alla chiusura della trilogia. Ovviamente il tutto non può che cominciare con l'ennesima "marachella" di Alan che costa la vita ad una povera giraffa e finisce addirittura sui giornali a causa di un megaincidente causato in autostrada e, come se non bastasse, durante la sfuriata casalinga, Sid, il papà del combinaguai, viene colto da un attacco di cuore e passa a miglior vita. La misura è colma, ormai, e i genitori, di comune accordo con amici e conoscenti, decidono di spedire Alan, affetto da gravi problemi mentali, in una struttura riabilitativa in Arizona. Ovviamente dovranno portarcelo tutti e tre, Phil, Stu e Doug, per rendergli più appetitoso il boccone amaro che sta per ingerire. Durante il viaggio i quattro vengono intercettati da dei criminali mascherati, speronati e dirottati in mezzo al deserto, dove ad attenderli trovano Marshall, un gangster al quale Chow (sì, sempre lui) rubò ai tempi delle vicende di Las Vegas lingotti d'oro per un valore di 21 milioni di dollari. A quel punto Marshall, non sapendo come fare per rintracciare Chow, latitante dopo essere evaso da una prigione Thailandese, non ha trovato di meglio che rintracciare colui che si era sempre tenuto in contatto, all'insaputa di chiunque, col criminale cinese, ovvero Alan (eccolo, un altro guaio). Marshall ordina a Phil, Stu e Alan di recuperare Chow e l'oro trafugato e si prende come pegno Doug. Anche in questa occasione ne vedremo delle belle.


Dopo aver esposto in maniera più o meno approfondita le trame dei tre singoli capitoli, passiamo ad analizzare globalmente la trilogia che presenta tre parti caratterizzate da analoga struttura narrativa, per intenderci, come potemmo notare in altre trilogie, una su tutte quella di ritorno al futuro che, addirittura, presentava tre storie praticamente identiche, solo ambientate in tre epoche diverse. In The Hangover di diverso abbiamo le ambientazioni (Las Vegas, Bangkok, Tijuana), ma gli eventi che si susseguono sono praticamente sempre gli stessi. Certo, mentre i primi due capitoli prendono piede dal fatto che uno dei personaggi è sul punto di sposarsi, il terzo appare un po' come un pesce fuor d'acqua, in quanto di matrimoni non vi è traccia, tantomeno di addii al celibato, ma è comunque collegato ai film precedenti per via della sceneggiatura che li unisce sotto l'aspetto causa/effetto, fungendo da "chiusura del cerchio" e concludendo in maniera ottimale la trilogia. 


La saga unisce perfettamente comicità, azione e suspence risultando in questo modo accattivante e assolutamente priva di punti morti, con un susseguirsi ossessivo di avvenimenti che non permettono mai allo spettatore di staccare gli occhi dallo schermo. I colpi di scena sono sempre dietro l'angolo e quando la situazione sembra ormai risolta ecco che arriva un evento, un personaggio, una svolta di trama assolutamente inaspettati. 


I personaggi, sono scritti benissimo e la loro psicologia viene indagata sempre più approfonditamente lungo l'intera saga. Ma i due personaggi attorno ai quali ruotano tutte le vicende sono Alan e Chow, due mine vaganti, uno a causa del suo essere infantile e incosciente, l'altro a causa del suo essere un criminale che bilancia il suo buffo aspetto con un cervello affilato come la lama di un rasoio (in sostanza, una ne fa e altre cento ne pensa). Oltre a essere le cause scatenanti di ogni guaio che i poveri Phil, Stu e Doug devono affrontare e risolvere, sono anche i due personaggi che sorreggono l'intera struttura comica del film. 


Se a questi elementi aggiungiamo una regia attenta, sceneggiature intricate ma che, come dei puzzle, alla fine fanno sì che ogni tassello vada a finire al posto giusto (ed è questo l'elemento che più mi ha fatto apprezzare i tre film), un montaggio dai ritmi forsennati, soprattutto nelle fasi più concitate delle narrazioni, e una colonna sonora che viaggia su note rock and heavy, con qualche licenza pop (ad un certo punto parte Mmmbop degli Hanson, ad esempio), non possiamo che applaudire e continuare a gustarci in home video le disavventure del Wolfpack. 
Applausi ovviamente anche a Todd Phillips che, da ieri, 7 settembre 2019, è entrato ufficialmente a far parte dei grandi di Hollywood grazie al Leone d'oro conquistato al Lido con il suo Joker (prodotto da Martin Scorsese, questo va sottolineato), primo film dedicato ad un personaggio del mondo dei fumetti (DC Comics) nella storia ad essere stato presentato e ad aver vinto il premio come miglior film a una kermesse importante come quella della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, arrivata quest'anno alla sua settantaseiesima edizione. 
Luca Cardarelli

4 commenti:

  1. Fantastici tutti e tre, comunque di Todd Phillips non sottovaluterei Parto col folle, e soprattutto Trafficanti ;)

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