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mercoledì 18 settembre 2019

ONCE UPON A TIME IN... HOLLYWOOD (2019) DI QUENTIN TARANTINO


Dopo circa quattro anni dalla sua ultima fatica (The hateful eight, 2015) Quentin Tarantino si è finalmente rimesso dietro la sua amata macchina da presa per continuare il suo viaggio attraverso i generi e le epoche del cinema. 


Siamo infatti passati attraverso i gangster movie, kung fu movie, exploitation, blaxploitation, western, guerra, horror e chi più ne ha più ne metta. Per il suo ultimo (capo)lavoro, Quentin Tarantino confeziona un film che i più potrebbero definire atipico. Infatti Once upon a time...In Hollywood è un tributo che Tarantino fa a quel cinema che lo rese, intellettualmente e, in seguito, cinematograficamente, quello che è oggi. Nello stesso momento dimostra amore profondo verso le storie, i personaggi e le ambientazioni proprie della Hollywood sul finire degli anni '60, mantenendo sempre, però, lo sguardo alla realtà, alla cultura e agli avvenimenti di quel periodo. Il film praticamente ruota attorno a due soli personaggi: Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente un attore ormai sul viale del tramonto e la sua controfigura con cui ha stretto un rapporto amichevole, quasi fraterno. 


Sullo sfondo, l'America del 1969 sulla quale aleggia come uno spettro la figura di Charles Manson, la cui famigerata family sporcherà di sangue le pagine dei quotidiani di tutto il mondo e la vita senza pensieri di Sharon Tate (Margot Robbie), nei giorni che precedettero la sua prematura scomparsa. Pur non avendo una vera e propria trama, o meglio, data la non canonicità della stessa, Once Upon a time in... Hollywood riesce a non stancare mai, e questo grazie alla maestosità del duo di attori protagonisti, una colonna sonora come al solito leggendaria, ma soprattutto grazie al tocco magico e geniale di Tarantino che sembra non riuscire a sbagliare un'inquadratura neanche a volerlo, e, con i suoi dialoghi sempre frizzanti e coloriti, riuscirebbe a rendere interessante anche la lista della spesa. In 2 ore e 40 minuti di film Tarantino è riuscito a condensare tutto ciò che lo esaltava quando era un semplice commesso di videoteca, ma lo ha fatto con una maestria e una padronanza dei mezzi assolutamente senza eguali. Queste considerazioni sono maturate piano piano nei giorni successivi alla visione del film, insieme alla voglia di rivederlo una seconda e, perché no, anche una terza volta sempre al cinema, anche con l'intenzione di ampliare la sua analisi con una recensione successiva, un po' più spoilerosa di questa che, alla fine, è solo la mia opinione messa nero su bianco.


Posso solo chiudere con un consiglio, un ordine e un'ultima considerazione da impartirvi:
Il consiglio è di guardare il film possibilmente in lingua originale per godere appieno di ogni suo aspetto.
L'ordine è di rimanere seduti, inchiodati alla poltrona, durante i titoli di coda. 
La considerazione è che questo film po56ttrebbe non piacere a tutti, nel senso che probabilmente il pubblico occasionale, attirato alla visione del film dai nomi altisonanti del cast e un trailer accattivante, potrebbe trovare Once upon a time in... Hollywood leggermente noioso e insignificante, soprattutto se si pone davanti al film con l'idea di stare per vedere un film alla Pulp Fiction. 

Invece l'altra metà di pubblico, composta da cinefili duri e puri e fan tarantiniani d.o.c., si innamorerà di ogni sua singola sequenza, bramando una doppia, tripla, quadrupla visione al cinema, recependo l'atto d'amore (non volevo usarla questa espressione, ma non saprei come altro definire questo film) che è questo film verso il cinema stesso e verso chi il cinema, e in particolare quello di cui Tarantino si è fatto massimo latore, lo ama incondizionatamente. 
Per ora mi esimo dal dare voti numerici alla pellicola, ma sappiate che solo a pensare di riguardarlo, mi batte forte il cuore. 
Luca Cardarelli


martedì 3 settembre 2019

IT CAPITOLO 2 (2019) DI ANDY MUSCHIETTI


Dopo due anni di attesa, è infatti datato 2017 il primo capitolo del remake dell'omonima miniserie televisiva del 1989, finalmente torna al cinema Pennywise, per gli amici It, nel secondo capitolo della storia tratta dal più celebre romanzo firmato da Stephen King. Come narra la leggenda, ogni 27 anni questa entità mostruosa si manifesta puntualmente e miete vittime generalmente in età infantile, come il piccolo Georgie Denbrough, fratello di Bill, dalla cui scomparsa prendono piede le vicende del romanzo e del film.


Il club dei perdenti, originatosi subito dopo la sparizione di Georgie e formato da Bill, Ben, Mike, Beverly, Richie, Stanley ed Eddie, si è ormai sciolto, sebbene i suoi appartenenti si promisero di riunirsi nel caso in cui anche solo uno di loro si fosse trovato davanti lo spaventoso Clown Danzante. Siamo ai giorni nostri e tutti i Loser hanno preso strade diverse. Ma un giorno Bill (James McAvoy), Beverly (Jessica Chastain), Richie (Bill Hader), Ben (Jay Ryan), Stanley (Andy Bean) ed Eddie (James Ransone) ricevono una chiamata proveniente da Derry, la loro città natale: all'altro capo del telefono vi è Mike (Isaiah Mustafa) che da quella città non se n'è mai andato e che, unico del suo gruppo di amici memore delle (dis)avventure d'infanzia, reclama il loro ritorno nel Maine per combattere il redivivo Pennywise (Bill Skarsgaard), come imponeva il patto di sangue di ventisette anni prima. 


Andando subito al sodo, aggirando qualsiasi tipo di spoiler (sebbene la storia la conoscano tutti o quasi), It capitolo 2 riparte esattamente da dove si era interrotta la storia, ovvero dal patto di sangue dei loser ragazzini. Lo fa, però, con l'acceleratore premuto al massimo, amplificando a dismisura la sua essenza Horror, mischiandola in maniera equa con interminabili sequenze nelle quali la tensione e l'inquietudine regnano sovrane, esplodendo infine nei classici jumpscares che, al contrario di quel che tutti penseranno, non saranno mai prevedibili né ripetitivi, in quanto ben distribuiti all'interno della narrazione. Sebbene la durata si avvicini pericolosamente alle tre ore, It capitolo 2 non annoia, poiché Muschietti è stato molto abile a riempire con quanti più episodi e particolari possibili il racconto, pescando avidamente dal romanzo, rendendo questa seconda parte molto più aderente all'opera letteraria dalla quale è tratta. 


Rispetto al primo capitolo, che molti definirono, in maniera quasi spregiativa, una via di mezzo tra lo stesso It e Stranger Things, tanto da etichettarlo come "un film per ragazzini", questa seconda parte risulta, da un lato, molto più matura, e dall'altro, un vero e proprio film horror a prova di fan, sia del genere in sé sia dell'opera letteraria nonché di quelli appartenenti al club "nessuno tocchi la miniserie anni 80". Tutto questo viene impreziosito da decine di citazioni cinefile, un inaspettato cameo (che non svelo, non sia mai), ma la cosa che più colpisce di questo film è il cast: gli attori selezionati per interpretare i personaggi in età adulta sembrano essere veramente gli stessi attori del capitolo 1 invecchiati di 30 anni, su tutti Jay Ryan (Ben) e Bill Hader (Richie), quest'ultimo in odore di nomination per la propria, strepitosa performance. E non dimentichiamoci di Bill Skarsgaard che continua ad essere un Pennywise incredibilmente inquietante e terrificante come lo era stato nel primo capitolo. 


Tirando le somme, questo It capitolo 2 è da promuovere a pieni voti sia per la riscrittura e l'adattamento cinematografico del soggetto, che per la regia di Muschietti che pare aver tenuto conto delle critiche ricevute dopo il primo capitolo, confezionando un prodotto di alta qualità e molto ben indirizzato a livello di audience e, infine, anche dal punto di vista delle prove attoriali, frutto di un cast a dir poco stellare. Se dobbiamo trovare un difetto, forse Muschietti ha abusato leggermente dei flashback, ma sarebbe veramente inopportuno bocciare il suo film solo per questo dettaglio.
It Capitolo 2 sarà nelle sale italiane dal 5 settembre e il mio consiglio è di cercarne una che lo proietti in versione originale sottotitolata.
Voto 8,5.
Luca Cardarelli



mercoledì 23 gennaio 2019

CREED II (2018) DI STEVEN CAPLE JR.


Secondo capitolo dello spin-off della saga cine-pugilistica dedicata allo Stallone Italiano Rocky Balboa, Creed II cambia regia e vede dietro la macchina da presa al posto di Ryan Coogler, ormai quasi totalmente assorbito dal mondo Disney-Marvel (è infatti in fase di pre-produzione il secondo capitolo di Black Panther) e qui nelle vesti di produttore esecutivo,  Steven Caple Jr. (regia di alcuni episodi delle serie Tv “Grown-ish” e “Rapture”), poco conosciuto prima di questa produzione, o quanto meno qui in Italia, al contrario del suo predecessore (“Prossima fermata: Fruitvale Station”, “Creed” e “Black Panther”).


Sebbene sia cambiata la regia, Creed II non si allontana moltissimo dal capitolo precedente, ma nemmeno dalle atmosfere della saga Madre. Sentimenti, azione ed epicità rimangono allo stesso livello, ma si percepisce l’intenzione da parte della produzione di rinfrescare un po’ il tutto e portarlo ai ritmi del cinema contemporaneo e nello stesso tempo mantenere il seguito di pubblico accumulatosi col susseguirsi dei film dedicati prima a Rocky Balboa e poi ad Adonis Creed (Michael B. Jordan), il figlio del fu Apollo. In questo episodio ritroviamo inoltre un altro personaggio, per altro molto legato alla figura di Apollo, ovvero Ivan Drago (Dolph Lundgren) che mandò al creatore il pugile afroamericano in Rocky IV, per poi soccombere sotto l’ira di Rocky nella rivincita epica che seguì.


Qui abbiamo Adonis Creed che, non appena riesce ad aggiudicarsi la cintura di campione del mondo dei pesi massimi, viene sfidato da Viktor Drago (Florian “Big Nasty” Munteanu), figlio di Ivan, cresciuto a pane e odio grazie al padre che non ha mai superato l’amaro gusto della sconfitta contro Rocky nel 1985 che, oltre alla carriera da pugile, mise fine anche al suo matrimonio. La sfida ad Adonis è dettata più dalla voglia di rivalsa di Ivan che da quella di affermazione di Viktor. In tutto ciò Rocky Balboa, dapprima riluttante all’idea di tornare a bordo ring con il suo figlioccio Adonis, viene convinto dallo stesso a ridiventare il suo coach e a tentare vendicare a sua volta la morte del padre Apollo.


Come è possibile intuire dalla sinossi, il canovaccio è sempre lo stesso. In questi film c’è sempre qualcuno in cerca di vendetta, sia dal punto di vista sportivo che per quanto riguarda la propria vita privata. E in questo caso tutti i protagonisti hanno qualcosa di cui vendicarsi o per cui cercano rivincite, sempre frenate, però, dal timore che possa trasformarsi tutto in un’inenarrabile tragedia. Rocky (Sylvester Stallone) da par suo, malato e sofferente com’è, vorrebbe solo starsene in pace per i fatti suoi a gestire il proprio ristorante. Ivan Drago schiuma rabbia e di riflesso anche suo figlio Viktor.


E non dimentichiamoci di Bianca (Thessa Thompson), che è sì la prima a incoraggiare il suo Adonis, ma è anche la prima a temere il peggio per il suo amato. In questo vortice di paure ed emozioni il Ring è sempre lo scenario più presente, ed è sul ring che inizia e finisce tutto. Vittorie, sconfitte, rivincite, sorrisi, pianti, soddisfazioni e delusioni. D’altra parte si parla di boxe, o meglio, della sua versione cinematografica, senza tempi morti, senza fasi di studio. Solo cazzottoni su fegato e ganci sotto il mento. Ed è questo che lo spettatore vuole e ottiene. 


Creed II è un concentrato adrenalinico e ipervitaminico di emozioni contrastanti tra loro, di trionfi e di sconfitte e c’è spazio, come del resto in tutti gli altri film della saga, anche per il più smielato romanticismo. Sembra quasi di assistere a un revival di Rocky IV. Ma con ancora più muscoli, più pugni e, se possibile, più lacrime. Gran parte del merito va assegnato alle musiche, che sono perfette in ogni frangente, comprese quelle sul finale.


Questo film, dunque, mantiene ciò che promette, ossia puro intrattenimento, e invoglia ad attendere un terzo capitolo, magari ancora più muscoloso e lacrimogeno, tanto non se ne ha mai abbastanza.
L’uscita di Creed II nelle sale italiane è prevista per il 24 gennaio e la distribuzione è firmata Warner Bros. Pictures.
Voto: 8,5.
Luca Cardarelli.


Questa recensione è pubblicata anche sul sito cinematik.it con il quale collaboro. 

martedì 1 gennaio 2019

RALPH SPACCA INTERNET (2018) DI PHIL JOHNSTON E RICH MOORE [NO SPOILER]



Come ogni anno la Disney sotto il nome di Pixar o Walt Disney Animation Studio, in concomitanza con le feste, si sbizzarisce rilasciando gran parte dei suoi prodotti cinematografici dedicati ai più piccoli, con grandi probabilità di successo anche tra i più cresciutelli. È il caso di Ralph Spacca Internet, sequel del fortunato Ralph Spacca Tutto, film d’animazione in CGI diretto da Phil Johnston (sceneggiatore di Ralph Spacca Tutto e Zootropolis) e Rich Moore (regista di Ralph Spacca Tutto e co-regista di Zootropolis insieme a Byron Howard), nel quale Ralph aveva come obiettivo quello di essere accettato dai suoi “colleghi di lavoro” nonostante fosse il villain del videogioco arcade Felix Aggiustatutto. 


Ora la faccenda si complica in maniera esponenziale: Ralph deve aiutare la sua inseparabile amica Vanellope a salvare dalla rottamazione Sugar Rush, il videogioco del quale è la protagonista. La soluzione sta nel recuperare in internet un introvabile volante per cabinati anni ’80, senza il quale Sugar Rush non può funzionare. I due verranno così catapultati nel meraviglioso quanto caotico mondo di Internet e saranno protagonisti di una rocambolesca e divertente avventura. 


Inutile girarci tanto intorno: Ralph Spacca Internet è un film che non delude assolutamente le attese, anzi, se possibile, supera il primo episodio sia per quanto riguarda il ritmo forsennato con il quale si susseguono gli avvenimenti, sia per il numero esorbitante di gags, easter eggs, citazioni e idee geniali che vi si trovano al suo interno. Una tra le tante, la raffigurazione di Google attraverso un anziano bibliotecario che trova in maniera quasi istantanea i libri che gli vengono richiesti. Vi è anche una bellissima contrapposizione tra videogiochi “classici” e next generation che metterà i due protagonisti di fronte a decisioni difficili da prendere anche in relazione al loro rapporto al di fuori del mondo videoludico e, ovviamente, ci sarà spazio anche per qualche lacrimuccia di commozione sul finale.


Benché Ralph Spacca Internet duri quasi due ore, non risulta assolutamente prolisso o noioso, anzi, non ci si accorge quasi del tempo che passa (inesorabile) e durante la visione si prova il desiderio che la storia non finisca e vada avanti ancora per altre due ore.


Piccola nota di colore: a un certo punto della proiezione avrete l’esigenza di esclamare un “Ma cosa?” grandissimo quando vedrete qualcosa sullo schermo che mai avreste pensato di vedere durante un film targato Disney... Non vi svelo altro, sarà una divertente (e forse un po’ irriverente) sorpresa.
Ralph Spacca Internet esce in Italia oggi, 1 gennaio 2019, distribuito da Walt Disney Pictures che si ringrazia per le immagini allegate. 
Voto: 8,5
Luca Cardarelli





lunedì 17 dicembre 2018

MACCHINE MORTALI (2018) DI CHRISTIAN RIVERS


Chi si lamentava del fatto che quest’anno non ci sarebbe stato il consueto film di Natale proveniente da un Galassia lontana lontana, potrebbe trovare in Macchine Mortali una (non) buona alternativa. La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di Philip Reeve, diretta da Christian Rivers, aiuto regista di Peter Jackson (qui produttore e co-sceneggiatore insieme a Philippa Boyens e Fran Walsh) nei primi due episodi della trilogia de Lo Hobbit, è infatti una sorta di trasposizione steam punk di Star Wars, dal momento in cui mescola al suo interno storyline e personaggi, variando sostanzialmente solo le ambientazioni, costituite da paesaggi post-apocalittici e città predatrici poste su carri armati in cerca di altre città da distruggere.


Come nei film di Star Wars abbiamo un “Impero” e una coalizione di “Ribelli”. A Capo dell’impero, interpretato da Hugo Weaving, vi è Thaddeus Valentine, una sorta di Dart Vader anni 3000, in possesso di un’arma simil-Morte Nera in grado di distruggere tutto ciò che incontra davanti a sé, e con una storia tormentata alle spalle finita con l’uccisione della madre di Hester Shaw (Hera Hilmar), la quale ora è in cerca di vendetta. L’Han Solo della situazione è  Tom, interpretato dal belloccio da Young Adult movie Robert Sheehan, giovane sottomesso al sistema di Valentine che, dopo aver scoperto le sue magagne, si unisce a Hester per aiutarla.


Le vicende poi si evolveranno in una guerra tra la potente e cingolatissima Londra e le piccole città, oltre che in una mielosissima storia d’amore con inevitabile happy ending.
Come si può intuire, Macchine Mortali non possiede al suo interno alcun elemento innovativo, se non forse nel suo comparto tecnico, capace di ricreare ambientazioni maestose e qualche scena action degna di nota. Tutto il resto sa di già ampiamente visto e rivisto, tanto da permettere di prevedere in sequenza ogni singolo avvenimento, la comparsa di nuovi, stereotipatissimi personaggi (che in molti casi spariscono senza motivo, per poi riapparire sempre senza motivo) e le ovvie, nel senso di scontatissime, soluzioni finali.


Essendo sotto Natale, si potrebbe paragonare questo film a un curatissimo incarto che avvolge una bellissima scatola vuota o, se proprio non vogliamo metterla giù così dura, un regalo che delude enormemente le aspettative in esso riposte, come quando, da ragazzini, trovavamo una sciarpina e un paio di guanti, mentre ci aspettavamo una Playstation.
Con buona pace di Peter Jackson. 
Il film è nelle sale dal 13 dicembre, distribuito in Italia da Universal Pictures. 
Voto: 5
Luca Cardarelli
Per le immagini si ringrazia Universal Pictures.



giovedì 11 ottobre 2018

SOLDADO (2018) DI STEFANO SOLLIMA



Dopo essere salito agli onori della cronaca in Italia grazie alle serie tv Romanzo Criminale e Gomorra (giunta alla quarta stagione, attualmente in produzione) e a film come A.C.A.B. del 2012 e Suburra del 2015, Stefano Sollima ha intrapreso il “grande salto”, chiamato a gran voce dai produttori di Hollywood, e, con Soldado, ha raccolto l’eredità di Denis Villeneuve, che nel 2015 aveva diretto Sicario, di cui questo film è il sequel. Scritto come Sicario da Taylor Sheridan, Soldado costituisce la naturale prosecuzione delle vicende narrate nel film diretto da Villeneuve.


Nella lotta al terrorismo, al traffico di droga e di esseri umani, le Autorità statunitensi con la CIA in testa, coordinate dall’Agente Federale Matt Graver (Josh Brolin), si trovano costrette ad infrangere ogni regola etica e morale. A questo proposito Graver assolda Alejandro (Benicio Del Toro) il quale, ancora scosso per l’uccisione della moglie e della figlia da parte di un boss del cartello, scatenerà una guerra sanguinosa tra gang legate ai cartelli messicani. 


Molte cose hanno in comune Sicario e Soldado. In primis le ambientazioni polverose e desolanti delle terre di confine tra USA e Messico. In secondo luogo i tempi dilatatissimi (a tratti a rischio noia) e i lunghissimi silenzi durante i quali a parlare sono le immagini crude e le musiche angoscianti, come si confà ai film di questo genere. Infine, ma si potrebbe anche proseguire nell’elenco delle similitudini, il cast è rimasto pressappoco lo stesso, salvo Emily Blunt tagliata e sostituita da altre due figure femminili, ovvero Isabela Moner (apparsa in Transformers: L’Ultimo Cavaliere) nei panni di Isabel Reyes, la figlia del Boss Reyes, e Catherine Keener (già presente in Scappa – Get Out del 2017) nei panni di Cynthia Foards,  il vicedirettore della CIA.


Sollima, coadiuvato da Sheridan, è riuscito con la sua regia a trasmettere alla perfezione la psicologia dei diversi personaggi, in particolare quella di Alejandro, che alla fine dovrà fare i conti con la propria coscienza che andrà a scontrarsi frontalmente con gli ordini impartitigli per portare correttamente a termine la missione che gli è stata affidata dalla CIA.


Il finale del film rasenta la perfezione per quanto riguarda il ritmo e il montaggio. Stessa cosa non si può affermare, purtroppo, per la parte centrale del film, veramente troppo dilatata a livello di tempi, tanto da rischiare di generare noia o comunque disattenzione nello spettatore. Peccato, perché se il film fosse continuato per tutti i suoi 124 minuti così com’era cominciato, ovvero con il botto, letteralmente, ci saremmo trovati di fronte ad un film pressoché perfetto e memorabile. 


Sembra quasi che, nel girare Soldado,  Sollima abbia fatto fatica a scrollarsi di dosso le vesti da “Regista di serie TV” che ormai gli stanno un po’ strette, visto anche il suo curriculum cinematografico molto promettente per il futuro. Nonostante tutto non si può di certo parlare di fallimento, in quanto, alla fine dei conti, in Soldado i pregi superano i difetti, anche se la strada da percorrere per Sollima è ancora abbastanza lunga e impervia. Soldado, secondo episodio di una trilogia, già distribuito nelle sale americane dal 29 giugno, uscirà in Italia il prossimo 18 ottobre, distribuito da 01 Distribution con Rai Cinema.
Voto: 7-
Luca Cardarelli 



giovedì 19 luglio 2018

SKYSCRAPER (2018) DI RAWSON MARSHALL THURBER [NO SPOILER]

[Quella che leggerete è una recensione scritta da chi ama i film catastrofici. Li ama il doppio se c’è The Rock. Avete presente San Andreas? E Rampage? Ecco, quelli.]


Tempo d’estate, tempo di action, tempo di “The rock” alias Dwayne Johnson che fa cose: salta, corre, picchia, salva e, bonariamente, sorride mostrando il bicipite tatuato e tutti corrono felici e contenti lasciandosi alle spalle uno sfondo apocalittico fatto di macerie e fiamme.
Abbiamo riassunto in tre righe praticamente il 90% dei film che vedono The Rock protagonista, non tanto per demolire la sua carriera (e che cosa puoi dire all’attore, attualmente, più pagato di Hollywood?), quanto per inquadrare il campo in cui agisce questo Supereroe 3.0 e iniziare a parlare di Skyscraper, film di cui è fiero protagonista, scritto e diretto da Rawson Marshall Thurber, al suo primo action, dopo commedie tra le quali spiccano Dodgeball, Come ti spaccio la famiglia e Una spia e mezzo (quest’ultimo film sempre con The Rock protagonista).


La trama del film, spoiler permettendo, è di una semplicità disarmante, quasi demoralizzante ma, visto che nessuno si aspettava nulla di diverso, su questo dettaglio si può benissimo soprassedere perché in questi film quello che conta è sicuramente altro, ad esempio scoprire cosa si inventerà The Rock per salvare capra e cavoli e sconfiggere i cattivi di turno, o la disgrazia di turno, o, come in questo caso, tutti e due.


La trama, dicevamo: ad Hong Kong è stato costruito il grattacielo più alto del mondo, supertecnologico e supersicuro (a detta del suo creatore), a prova di incendio, di maremoto, di terremoto e di qualsiasi altra calamità immaginabile. Il responsabile della sicurezza é Will Sawyer (Dwayne Johnson), un ex agente dell’FBI rimasto gravemente ferito durante un’operazione di salvataggio che gli costò una gamba e lo segnò profondamente anche nell’anima. Will Sawyer si troverà a combattere da solo contro una banda di malfattori che, per impossessarsi del prezioso tesoro celato all’interno del Grattacielo, genererà un incendio devastante mettendo in pericolo la vita della moglie Sarah (Neve Cambpell) e quella dei loro figli.


Skyscraper, a sentire gli addetti ai lavori, doveva essere una sorta di omaggio ad una certa corrente action anni ‘80/90, di cui fanno parte film come Die Hard – Trappola di cristallo e, per quanto riguarda le sequenza action, Mission: Impossible, ma ciò che ne è venuto fuori è un film scritto approssimativamente, diretto ancora peggio, nel quale tutto sa di già visto, e per questo ampiamente prevedibile, con all’interno una dose di scene da Facepalm/WTF che potrebbe risultare letale per qualsiasi persona dotata di un cervello con un numero di neuroni superiore a 12 (The Rock, con una gamba finta, si arrampica fino a in cima a una gru, prende la rincorsa e si lancia verso una finestra del grattacielo in fiamme. REALLY????). 


Inoltre, con un edificio in fiamme, nessuno, NESSUNO, nemmeno una persona, zero, nada, si azzarda a chiamare i pompieri (sì, lo so, a cosa servono i pompieri quando hai The Rock? Ma almeno farli arrivare sul posto e che diamine...). Tensione pari a zero, Plot Twist telefonatissimi e finale super scontato come i prezzi durante i saldi.  
Skyscraper sarà nelle sale dal 19 luglio, distribuito da Universal Pictures.
Voto: 4. 
Luca Cardarelli


venerdì 18 maggio 2018

DOGMAN (2018) DI MATTEO GARRONE


Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018 (e accolto in maniera molto positiva dalla critica) Dogman, il nuovo film diretto da Matteo Garrone (Gomorra, Reality e Il racconto dei Racconti), è tratto dai fatti risalenti al 1988 con al centro della scena il cosiddetto Canaro della Magliana, Pietro De Negri, nel film chiamato semplicemente Marcello, interpretato da Marcello Fonte, autore di efferati ed indicibili abusi e torture che portarono alla morte l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci, nel film chiamato Simoncino ed interpretato da Edoardo Pesce.


Iniziamo subito con il sottolineare che gli eventi dai quali ha preso spunto Matteo Garrone, che già per loro natura sono stati ricostruiti più volte da medici legali e autorità partendo dalle confessioni di De Negri, sono molto controversi e, forse per questo, risultano molto alterati nel film. Ma quello che preme analizzare è il film in sé, sia dal punto di vista tecnico che da quello emozionale. Non penso di esagerare se affermo sin da subito che Dogman è un capolavoro e, se non lo fosse, gli andrebbe comunque molto vicino. Innanzitutto mi aspettavo una pellicola dai contenuti molto forti, essendomi documentato - molto sommariamente - sulle vicende del “Canaro” - sì insomma, su wikipedia e youtube - ed in un certo senso è stato proprio così. Ma Garrone per fortuna non è Von Trier (a proposito, trepidante attesa per il suo nuovo film, The house that Jack built, anch’esso presentato a Cannes in questi giorni), e riesce nella difficile, per molti altri registi impossibile, impresa di lavorarti ai fianchi per tutta la durata della pellicola, per poi finirti con un gancio potentissimo al mento nella parte finale, dove alla violenza psicologica dovuta alla sua regia sublime, si aggiunge anche quella fisica portata dal racconto della tragica vicenda.


Un film senza colonna sonora e con dialoghi molto asciutti, dove però a suonare sono le immagini che dipingono con tinte neorealiste l’angosciante periferia romana che fa da cornice alla storia. Marcello è fondamentalmente un uomo buono, non uno stinco di santo, sia chiaro (è comunque un pregiudicato per reati minori oltre che cocainomane), che prova ad andare avanti con la sua attività di toelettatore per cani, ma vive in uno stato di continua vessazione per colpa di Simoncino, che si atteggia a boss di quartiere ottenendo sempre quello che vuole con le buone e, molto più spesso, con le cattive.


La bravura di Garrone è stata nel far emergere pian piano il lato “animalesco” di Marcello, caratterizzandolo in maniera sopraffina quasi esclusivamente mediante l’utilizzo di primi e primissimi piani intensissimi. Il film che ne viene fuori, nonostante le ambientazioni angoscianti, protagonisti brutti, sporchi, cattivi e molto borderline, nonché un plot essenziale, ai limiti del minimalismo, è comunque capace di mettere in subbuglio l’anima dello spettatore che rimarrà impietrito davanti al finale, non tanto per la crudezza delle immagini comunque sempre nei limiti della sopportabilità, quanto per gli sguardi allucinanti e allucinati catturati dalla macchina da presa, unico grande mezzo di comunicazione nelle mani di un sapiente quanto geniale manovratore qual è Matteo Garrone.


Qui si parla, quasi senza ombra di dubbio (perché comunque ci sarà anche chi non apprezzerà, teniamolo in conto) di uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, se non il migliore, e non c’è Sorrentino che tenga.
Il film è in programmazione dal 17 maggio nei cinema italiani, distribuito da 01 Distribution in collaborazione con Rai Cinema.
Voto 9.5








giovedì 3 maggio 2018

GAME NIGHT – INDOVINA CHI MUORE STASERA? (2018) DI JOHN FRANCIS DALEY E JONATHAN M. GOLDSTEIN



In attesa del Festival di Cannes e dell’onda travolgente dei Blockbusteroni firmati Marvel – Studios/Disney (a partire da Avengers – Infinity War, passano per Solo – A Star Wars Story fino ad Ant-Man and The Wasp) porta un’autentica ventata di aria fresca Game Night – Indovina chi muore stasera? girato da John Francis Daley e Jonathan M. Goldstein, già co-sceneggiatori del ridereccio Come ammazzare il capo e vivere felici per la regia di Seth Gordon, nonché co-registi e co-sceneggiatori del demenzialissimo Come ti rovino le vacanze.


Al centro delle scene abbiamo Max (Jason Bateman) e Annie (Rachel McAdams), una felice coppia che si diletta ad organizzare Serate gioco (Game Night, per l’appunto) con altre coppie di amici. Quando però spunta fuori Brooks (Kyle Chandler), il fratello figo di Max, succede di tutto e di più, e la serata gioco, organizzata da Brooks stesso con il supporto di un’agenzia specializzata, prende una piega inaspettata mettendo in pericolo l’incolumità di tutti i partecipanti.


Game Night ha tutti i numeri per entrare a far parte dei cosiddetti Guilty Pleasure, in quanto rappresenta la tipica commedia demenziale americana che, però, il duo di registi, con l’aiuto decisivo di Mark Perez (Spider-Man: Homecoming, sceneggiatura), hanno arricchito con elementi action/thriller senza strafare e senza mai uscire eccessivamente dal seminato, dando vita ad un film audace, dai tempi comici quasi perfetti e abbastanza sorprendente per quel che riguarda il finale, per nulla scontato.


I colpi di scena si susseguono dall’inizio alla fine, risate e suspense si alternano equamente per tutta la durata del film che risulta anche pregevole dal punto di vista tecnico, e, ciliegina sulla torta, si contano un gran numero di citazioni e battute sul mondo del cinema che rendono ancora più piacevole e scorrevole la visione del film.
Si segnala, inoltre, la partecipazione di un Jesse Plemons letteralmente da applausi nel ruolo di Gary, il vicino di casa poliziotto un po’ psyco e puntualmente escluso dalle Game Night organizzate da Max ed Annie sin da quando venne lasciato dalla moglie e che fa di tutto per rientrare nel gruppo.


Game Night ha ricevuto critiche molto positive in patria e, a quanto pare, anche in Italia sta riscuotendo un discreto successo, considerando che è uscito una settimana dopo Avengers: Infinity War che ha sbancato letteralmente i botteghini a nemmeno una settimana dall'entrata in programmazione. Se avete voglia di staccare un po’ la spina, godervi un film leggero e divertente e avete voglia di ridere (io, personalmente, ho riso fino alle lacrime), questo è il film che fa per voi.
Game Night è presente nelle sale italiane da Martedì 1 maggio, distribuito da Warner Bros, che si ringrazia per le immagini del film e per il trailer che trovate in calce.
Voto: 8.
Luca Cardarelli


giovedì 12 aprile 2018

RAMPAGE - FURIA ANIMALE (2018) DI BRAD PEYTON


“Monster Movies, Monster Movies dappertutto!” verrebbe da esclamare. In effetti, per quanto riguarda il cinema di puro intrattenimento, questo genere di film sta tornando fortemente alla ribalta ed è possibile anche ipotizzare che scalzerà dal gradino più alto del podio dei box office i cinecomics che al momento la fanno da padrone tra i blockbuster.
Dopo i vari Godzilla, Pacific Rim, Kong - Skull Island ecco che arriva Rampage – Furia animale, tratto dall’omonimo videogioco e diretto da quel Brad Peyton che tutti ricordiamo per San Andreas, un Apocalyptic Movie in cui dominavano i “Maccosa???” per le insensate quanto audaci azioni intraprese dal magnifico due Dwayne johnson e Alexandra D’Addario e, nello stesso momento i “Wow!!!” per le scene catastrofiche di Tsunami e crolli di grattacieli veramente ben curate e di forte impatto su folte schiere di spettatori mangia popcorn (di cui chi scrive fa orgogliosamente parte).


Insieme al sopracitato Peyton troviamo quello che potremmo definire il suo attore feticcio, ovvero Dwayne Johnson, per gli amici The Rock, che interpreta Davis Okoye, primatologo che ha stretto con George, un gorilla albino superintelligente, un rapporto fraterno, tanto da comunicare con lui attraverso il linguaggio dei segni. Ma dopo essere entrato in contatto con una sostanza frutto di un esperimento di editing genetico, precipitata sulla Terra da un modulo spaziale esploso in orbita, George inizia a crescere a dismisura e diventa sempre più aggressivo. Insieme al Gorilla, a minacciare l’umanità troveremo anche un lupo ed un coccodrillo, entrati in contatto anch’essi con la stessa sostanza. Davis dovrà, con l’aiuto di Kate Caldwell (Naomie Harris), ingegnere genetico che lavorava per la multinazionale che ha finanziato gli esperimenti, trovare l’antidoto per riportare George al suo stato normale e combattere con ogni mezzo le altre due mostruose bestie.


In Rampage – Furia animale c’è un po’ di tutto: azione (a pacchi), siparietti comici (alcuni al limite dell’esilarante), scene apocalittiche ed ecologismo (forse qui potevano fare qualcosa di più, o forse anche meno, trattandosi di un film in cui ad un certo punto un gorilla gigante riempie di mazzate un lupo volante). Prima della visione del film ci si aspettava il peggio, ma sopravviveva in noi la speranza che qualcosa di buono potesse finalmente venir fuori da quella polveriera cinematografica chiamata Warner Bros. Ora che il film è stato visto, possiamo benissimo affermare che sì, qualcosa di buono ne è uscito. Dal punto di vista tecnico-grafico non vi sono appunti da fare, anzi, rispetto altri film con budget ben al di sopra di quello a disposizione di Peyton, ad esempio Justice League (per rimanere in casa Warner) o Pacific Rim – la Rivolta (bussando ai vicini di casa della Universal), Rampage è sicuramente superiore, in quanto non si ha mai la sensazione di “posticcio” che si aveva, invece, numerose volte durante la visione degli altri due film (in particolare Justice League, rivisto in bluray, è qualcosa di agghiacciante, soprattutto per quanto riguarda i green screen presenti). Inoltre non vi sono enormi falle nella sceneggiatura, se non una che riguarda i due stagisti al seguito di Davis Okoye che ad un certo punto spariranno dalle scene senza spiegazioni e non faranno più ritorno ma, tutto sommato, non è che avessero un ruolo così fondamentale nel film.


Forse, se proprio vogliamo essere pignoli, vi è una parte centrale del film alquanto statica, per non dire noiosetta, ma il film si riprende alla grande nella parte finale, in particolare nella mezz’ora che precedono i titoli di coda, durante la quale assistiamo a una lotta uomo vs bestia e poi bestia vs bestie senza esclusioni di colpi, talmente adrenaliniche da strappare anche qualche applauso dovuto alla trance agonistica del momento (non si fanno nomi di chi ha applaudito veramente in sala durante la proiezione).


Nel cast, oltre ai citati Dwayne Johnson e Naomie Harris, spiccano i nomi di Jeffrey Dean Morgan (che fu, nell’ordine, il Comico di Watchmen, Negan in The Walking Dead e Thomas Wayne in Batman V Superman – Dawn of justice), Joe Manganiello (il futuro Deathstroke, presentato in una delle scene post-credit di Justice League),


Malin Åkerman (anch’ella presente in Wachmen, nei panni di Spettro di Seta II) e il simpatico P.J. Byrne che, in The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, interpretava Nicky “Tappetino” Koskoff. Insomma un cast di tutto rispetto per un film che, al contrario di molti altri suoi “omologhi”, mantiene tutte le promesse fatte in fase di promozione. Sicuramente stiamo parlando del miglior film tratto da un videogioco visto finora (non che fosse un’impresa ardua, data la pochezza dei precedenti).
Rampage – Furia animale sarà nelle sale italiane a partire dal 12 aprile 2018, distribuito da Warner Bros, e il mio consiglio è, se amate i monster movies, ma quelli belli, di non farvelo scappare.
Voto 8,5.
Luca Cardarelli